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venerdì, ottobre 27, 2017

Sirene: bene ma non benissimo


Sirene è la nuova fiction Rai, il cui tema principale è facilmente intuibile dal titolo. Lo sceneggiatore di Sirene, Ivan Cotroneo (regista anche di Un Bacio, qui la recensione), è uno che in televisione ci ha visto lungo: dalla sua penna saltano fuori Tutti Pazzi Per Amore, un’adorabile commedia familiare in stile musical, ed È Arrivata La Felicità, una delle fiction migliori che io abbia mai visto, di cui aspetto con ansia la seconda stagione – e che consiglio veramente a tutti di guardare, ve ne innamorerete.

Nonostante avesse già sperimentato l’irrealismo in Tutti Pazzi Per Amore – tramite un personaggio deceduto che narrava le vicende dall’aldilà – qui Cotroneo si butta sul fantasy pesante e decide di parlare delle sirene, localizzandole – come è giusto che sia, a Napoli. Il primo difetto, se così vogliamo chiamarlo, della serie è proprio l’ostacolo dato dall’incentrare la storia su creature mitologiche decisamente poco utilizzate nei media: non avendo riferimenti mediatici e popolari da cui attingere (come accade con i vampiri, ad esempio), le abitudini e le caratteristiche delle sirene sono state inventate di sana pianta e con poca attenzione ai dettagli, per cui spesso si scade nel banale o peggio si cade in evidenti buchi di trama. Personalmente non considero la cosa un gran problema, se avessi voluto guardare un documentario sulla leggenda delle sirene l’avrei fatto, però pur essendo in Rai mi sarei aspettata una ricerca e una continuità più accurata.
La fotografia è un’altra cosa che non ho apprezzato: Napoli è una città meravigliosa, piena di colori e di scorci suggestivi, e proprio perché ho riconosciuto nella serie i luoghi che vedo ogni giorno so che si poteva fare decisamente di meglio – piccolo esempio: la stazione metropolitana di Toledo, mostrata nella scena all’inizio, un luogo che offre mille spunti mostrato come se fosse un posto qualsiasi (ma essendo che il tema della stazione è proprio il mare, mi aspetto che venga mostrata in maniera migliore nelle prossime puntate). In tante scene ho avuto l’impressione che stessero sprecando l’occasione di riprendere qualcosa di bello, tant’è che avevo voglia di gridare alla tv  “gira la camera di là! Aggiusta le luci! Quel posto è così bello e lo stai inquadrando male!”. Sugli effetti speciali non ho granché da dire, sicuramente dignitosi per una serie del genere (a parte un paio di eccezioni) e le scene sott’acqua mi sono piaciute molto.
I personaggi, specialmente quelli umani, sono parecchio stereotipati (Argentero il fessacchiotto della situazione, Gallo l’uomo zerbino, ecc.) così come le sirene che con la loro misandria a volte sono decisamente troppo, ma comunque trovo l’idea di rovesciare i ruoli – sirene autoritarie, uomini succubi abbastanza simpatica.
Posso quindi dire che mi aspettavo un prodotto dalla qualità decisamente migliore, ma in sintesi Sirene va presa per quella che è, una serie molto leggera e alla mano, ottima per occupare un’oretta e mezza alla settimana senza fare grandi analisi televisive e sociali. C’è un po’ di trash consapevole (specialmente nel personaggio di Maria Pia Calzone), a volte si scade nel banale, ma se non la si prende troppo sul serio è godibilissima. Anche se si può sempre migliorare e spero lo faccia, nelle prossime puntate.
Probabilmente l’unica cosa davvero orribile è il finto accento napoletano di Luca Argentero. Terrificante.


venerdì, aprile 28, 2017

Che Vuoi Che Sia: cosa faresti per 250.000 euro?


Che Vuoi Che Sia è una commedia scritta, diretta e interpretata da Edoardo Leo, che in realtà sembra un po’ una puntata di Black Mirror. Se avessi un disperato bisogno di soldi e ci fosse qualcuno ad offrirti 250.000 euro per girare un porno con il/la tuo/a compagno/a, cosa faresti? Acconsentiresti sapendo che tutti, proprio tutti, dai tuoi parenti a persone sconosciute, vedrebbero l’evento in live streaming?

 
Se esiste il cosidetto sogno americano, dove chiunque può emanciparsi e diventare ricco e famoso attraverso il lavoro, allora esiste anche il sogno italiano degli ultimi anni, dove chiunque può diventare ricco, famoso e amato dal pubblico senza saper fare effettivamente niente – o meglio, senza sfruttare le proprie abilità, ma facendo leva sulla stupidità della gente. Claudio (Edoardo Leo) e Anna (Anna Foglietta) sono due lavoratori capaci: il primo laureato in ingegneria informatica, ma fa il tecnico informatico a tempo perso; la seconda professoressa di matematica al liceo, dove però è solo una supplente. I due vorrebbero metter su famiglia, però faticano ad arrivare a fine mese e quindi continuano a rimandare, ma una speranza si riaccende quando Claudio ha l’idea di creare un portale web e si appella quindi a un sito di crowdfunding. Le donazioni sono misere, finché non promette, per scherzo, che se l’obiettivo di almeno 20.000 euro verrà raggiunto allora girerà un porno con la sua compagna; ma la cosa degenera, ed ecco che i due si ritrovano sotto i riflettori di mezza Italia pronta a guardarli nella loro camera da letto.

Nell’attesa del fatidico giorno in cui dovranno condividere la loro intimità davanti alle telecamere, le persone li fermano per strada, ci fanno i meme su internet, vanno al telegiornale e ai talk show e li invitano come ospiti nelle discoteche. Le aziende gli spediscono cose più o meno costose a casa e li pagano perché facciano un selfie con i loro prodotti e lo postino sui social. Sembra un sogno, avere fama, soldi e cose gratis senza aver fatto assolutamente nulla, ma Anna e Claudio sono due persone semplici a cui la fama non interessa, i soldi fanno gola ma da qui all’essere schiacchiati dalla pressione mediatica è un attimo. Il film, chiaramente, si discosta dall’essere una commedia e basta, e questo è il primo messaggio che ci trasmette: per una tale somma è facile dire di sì, ma tutt’altro che facile è poi tener testa alle conseguenze.

Il secondo messaggio che traspare riguarda invece l’ossessione della società nel voler a tutti i costi spiare gli altri. Ci sono centinaia di migliaia di porno su internet, anche gratuiti, quindi perché qualcuno dovrebbe voler pagare per vedere il film amatoriale di una coppia sul lastrico? La risposta è perché ci piace farci i fatti degli altri, internet e più in particolare i social si basano su questo. In fondo lo facciamo anche noi, passare ore a scorrere la home di Facebook, stalkerare tutti i profili social di persone che ci sembrano interessanti. Non riusciamo più a conoscere una persona per quello che è, per sentire cos’ha da dire, vogliamo solo entrare nei fatti loro per trovare qualcosa di cui parlare.

Al di là di tutto ciò, non ho speso nessuna parola sul film in sé, quindi mi limito due frasi: se avessi la possibilità di scegliere due attori italiani, un uomo e una donna, che facciano coppia fissa in ogni film, questi sarebbero senz’altro Edoardo Leo e Anna Foglietta. Quindi sono un po’ di parte, ma il film mi è piaciuto molto.  


Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti...

  • Noi E La Giulia (Edoardo Leo, 2015)
  • Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese, 2016)
  • Ti Ricordi Di Me? (Rolando Ravello, 2014)
  • Tutta Colpa Di Freud (Paolo Genovese, 2014)

venerdì, febbraio 10, 2017

Un Bacio di Ivan Cotroneo, il troppo che stroppia


Aspettavo con ansia di vedere Un Bacio, l’ultimo film di Ivan Cotroneo – sono una grande fan dei suoi lavori, È Arrivata La Felicità è una delle serie tv che mi è piaciuta di più nell’ultimo anno e chiunque mi conosca sa che impazzisco quando si tratta di Mine Vaganti.
Wikipedia mi dice che è ispirato a The Perks Of Being A Wallflower, ma il paragone regge poco in quanto l’unica cosa che i due film hanno in comune è il fatto che i protagonisti siano una ragazza e due ragazzi emarginati e che uno di loro sia gay. In poche parole, Lorenzo, Blu e Antonio sono rispettivamente “il frocio, la troia e lo scemo della scuola” (come li ha descritti Cotroneo per sottolineare l’indelicatezza dei termini) che, essendo allontanati da tutti, stringono in poco tempo una solida amicizia.

Il problema è che nel film ci sono varie cose che non funzionano. In primo luogo, non ho capito se sia stata la performance attoriale a non piacermi (i tre protagonisti sono al loro primo film) o semplicemente il fatto che i dialoghi fossero scritti piuttosto male. Momenti commedia fuori luogo, frasi recitate in maniera eccessivamente drammatica, troppe punchline in stile “americano”, che secondo me nel cinema italiano risultano forzate e poco spontanee. Tutto quello che veniva detto l’ho “sentito” poco (e ciò non è dovuto al fatto che anche l’audio non fosse un granché), i tre ragazzi sono sommersi di problemi ma non sono riusciti a trasmettermeli – eccetto forse per Antonio, ragazzo chiaramente disturbato mentalmente nonostante la cosa non venga mai menzionata direttamente. Antonio non è semplicemente “scemo”, è traumatizzato dalla perdita del fratello maggiore ed è incapace di accettare e gestire i propri sentimenti, e il fatto che un film il cui messaggio si basa sull’essere vittima di pregiudizi non abbia approfondito questo aspetto mi ha lasciata un po’ così. Un’altra cosa che non mi è piaciuta è stata che i suoi sentimenti nei confronti di Blu e di Lorenzo arrivano allo spettatore in maniera confusa, non si capisce se gli piaccia lei, se gli piaccia lui, se gli piacciano entrambi e una presa di posizione su quest’argomento sarebbe stata coraggiosa; sarebbe stata anche possibile, ma il film arriva al suo climax in maniera veloce e improvvisa e così facendo si ha l’impressione di vedere e sapere troppo tutto insieme senza capire effettivamente le motivazioni che hanno spinto i tre ragazzi a fare l’uno o l’altro gesto. Inoltre il film non sa bene se essere una commedia, un coming-of-age, un film drammatico, per questo risulta tutto troppo eccessivo. Molto carine però, a mio parere, le scene musical e quelle immaginate da Lorenzo – se si fosse giocato di più su quest’aspetto inverosimile forse il film avrebbe avuto un’identità più precisa.

Nonostante tutti questi problemi di scrittura, il film vuole trasmettere un messaggio molto importante di cui non se ne parlerà mai abbastanza, quello di non piegarsi al bullismo di ogni genere e il non giudicare una persona in base a ciò che viene detto di essa, indirizzato specialmente ai giovani – infatti all’anteprima erano presenti diverse classi di liceali. Esemplare è la scena finale che mostra che, se si ha un problema con qualcuno, è sempre meglio parlarne piuttosto che reprimere e arrivare al limite in cui, spesso, non si risponde delle proprie azioni e si sfocia nella violenza.

Film promosso sulla fiducia per Cotroneo, per il messaggio tramesso e per la canzone di apertura e chiusura del film perché i Placebo sono il mio gruppo preferito. 

Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti...
  • The perks of being a wallflower (Stephen Chbosky, 2012)
  • Come non detto (Ivan Silvestrini, 2011)
  • Più buio di mezzanotte (Sebastiano Riso, 2014)
  • La kryptonite nella borsa (Ivan Cotroneo, 2011)

giovedì, ottobre 29, 2015

5 film italiani contemporanei da guardare su Netflix


Potevo mai farmi mancare il primo mese gratuito di Netflix, da vera #poraccia quale sono? Certo che no, sono corsa a spulciare il catalogo e nonostante per ora non sia ancora molto fornito, ci sono tanti film che vale davvero la pena vedere. Si vai da film indie americani ai film d'autore anche europei (ho notato roba di Von Trier, Vinterberg e Refn) e c'è anche una discreta quantità di film nostrani. Questi sono quelli che io ho già visto e che vi consiglio.

1) ACAB - All Cops Are Bastards (Stefano Sollima) ½
Di ACAB ne ho già parlato superficialmente nella recensione di Suburra e se non si fosse già capito va assolutamente visto perché Sollima è uno dei migliori registi del panorama italiano al momento, nonostante io creda che renda molto di più quando gira serie tv (Gomorra, Romanzo Criminale) perché ha tutto il tempo di sviluppare i personaggi e di farli interagire tra loro. 
Il film si incentra su tre agenti antisommossa interpretati da Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro e Marco Giallini e sulla nuova recluta, interpretata da Domenico Diele, che si ritrova a fare i conti con la violenza del suo nuovo posto di lavoro. Ci viene mostrata la loro quotidianità e vita familiare fatta di situazioni svariate e pesanti dove l'unico sfogo è appunto un lavoro fatto di rabbia e aggressività. 
ACAB non mi ha entusiasmata quanto gli altri lavori di Sollima ma sia chiaro, il livello è sempre altissimo: la regia è curatissima e i personaggi così credibili da essere detestabili. Citando una recensione che ho letto: se alla fine vi ritrovate a tifare per loro, dovreste farvi al più presto un esame di coscienza. 

2) Il Divo (Paolo Sorrentino) ½
Sorrentino non ha bisogno di presentazioni. Il Divo non è altro che la storia di Giulio Andreotti, interpretato da un magnifico Toni Servillo, il tutto coronato da scenografie e riprese bellissime. Insomma, veramente volete dire di no a Sorrentino?

3) Reality (Matteo Garrone) ½
Ormai neanche più Garrone ha bisogno di presentazioni: partito con film che hanno suscitato poco interesse di pubblico e critica, è poi scoppiato con Gomorra ed ha raggiunto l'apice quest'anno con Il Racconto Dei Racconti. Reality si trova in mezzo a questi due ed è anche il mio preferito in tutta la filmografia di Garrone se non uno dei miei film italiani preferiti in assoluto.
Un uomo napoletano decide di tentare la fortuna partecipando alle audizioni per il Grande Fratello: da lì si convince che i produttori del programma lo stiano seguendo e spiando dappertutto e ne diventa così ossessionato da mandare la propria vita a rotoli. Una riflessione profonda sul come la fama e l'apparire ci condizionino in qualsiasi cosa, con quel pizzico di ansia e inquietudine di cui Garrone non sa proprio fare a meno (e che a me piace tanto).  

4) È Stato Il Figlio (Daniele Ciprì) 
È Stato Il Figlio è una tragicommedia carinissima ambientata a Palermo negli anni 70, tratto da una storia realmente accaduta. 
Una bambina viene colpita erroneamente da un proiettile e muore. La famiglia, che economicamente non se la passa tanto bene, ottiene il risarcimento per le vittime di mafia e dopo varie peripezie decidono di investirlo in... una Mercedes, che porterà la famiglia alla rovina.
Io trovo lo stile di Ciprì davvero adorabile, per fotografia, scenografia e personaggi mi ricorda vagamente Wes Anderson: è tutto un po' sopra le righe, vintage e grottesco. E il personaggio principale è interpretato da Toni Servillo, che mi sembra da solo una ragione per vederlo.

5) Miele (Valeria Golino) ½
La protagonista di questo film è Jasmine Trinca, che sotto il nome di Miele aiuta i malati terminali con il suicidio assistito. Quando le chiederà aiuto un uomo, che non è un malato terminale ma soffre bensì di depressione, la sua visione delle cose cambierà. 
Nel suo primo lungometraggio la Golino tocca un tema delicatissimo, quello del suicidio assistito: sarebbe bastato poco per farla cadere ma ne esce meravigliosamente, con una storia che punta diritto al cuore e alla mente del pubblico. 

domenica, ottobre 18, 2015

Suburra, l'altra faccia (reale) della grande bellezza (Stefano Sollima, 2015)


Il modo migliore, secondo me, per arrivare alla testa e alla coscienza delle persone è attraverso i film. Le notizie sono troppo analitiche, troppo contorte e spesso finiscono per stancarci: mostrare direttamente i fatti, soprattutto se spiacevoli, sbatterli in faccia a chi guarda con cruda violenza fa sì che restino impressi nella mente e che diano da pensare. 

Questo è quello che Stefano Sollima fa da sempre. Romanzo Criminale era una versione più romanzata e senz'altro più piacevole della realtà, con dei protagonisti per i quali non potevi far a meno di tifare anche se era chiaro dal primo secondo che tipi di persone fossero; ACAB mischiava un po' le carte: dei celerini ci venivano mostrati i problemi e le situazioni familiari che tutti potevamo comprendere, erano persone reali e non i cattivi contro i quali ciecamente puntiamo il dito, ma nonostante ciò nulla li portava ad esserci simpatici e le loro azioni non risultavano in alcun modo condivisibili, tutta la meccanica di ciò che facevano era soltanto dettata dal sadismo; con Gomorra si ritorna a una realtà dove i personaggi ci piacciono, le loro storie ci coinvolgono ma non c'è più niente di romanzato e piacevole: la realtà è cruda e brutta e violenta e a pagarne le spese sono le persone semplici che la vivono addosso ogni giorno. 

Suburra ricalca la scia di quest'ultima, se da spettatori ci piace e ci coinvolge, da italiani è un pugno nello stomaco e ci fa male.
Suburra nasce inizialmente dalla penna di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo nel 2013 e, alla luce dei fatti che oggi tutti conosciamo, sembra essersi tramutato in una profezia. Tutto ciò che vediamo nel film è finzione ma è reale, accade dietro le quinte da anni e continua ad accadere, anche se prima non lo sapevamo con certezza e adesso ne conosciamo una minima parte. Facendo 2+2 non è difficile ricondurre i personaggi ai fatti realmente accaduti: c'è il politico corrotto, il criminale che come un burattinaio manovra tutta Roma, il clan degli zingari e persino il presidente che si dimette e il papa che abdica (con tanto di clero coinvolto negli affari loschi della criminalità romana). 
È stato intenzionale da parte di Sollima il rimuovere tutti i personaggi positivi presenti nel libro e di lasciare soltanto quelli negativi: non c'è empatia per loro, li disprezziamo perché li conosciamo e ce li troviamo in televisione e sui giornali ogni giorno, la narrazione è imparziale ma non c'è nulla di buono da mostrare. Giocano una guerra interna e nascosta dove è la gente comune a subirne le conseguenze. Ma questi personaggi sono anche uno dei tanti punti di forza del film grazie agli attori che li interpretano, Favino su tutti che è sempre una garanzia.
Lo stile di Sollima è sempre sporco, inevitabilmente date le storie che racconta, ma sempre ricercato, raffinato ed elegante anche nelle sequenze più scomode. Ogni inquadratura è una visione a sé stante, la fotografia è cupa per rendere le atmosfere altrettanto cupe della storia ma talvolta è bucata da luci e colori brillanti, la colonna sonora è impeccabile come lo era già in Romanzo Criminale e Gomorra.

Roma è nera, sporca e decadente, spogliata di tutto il suo fascino ma più reale che mai. Niente intellettualismo, poesia, uomini di mezza età alla ricerca del senso della vita: La Grande Bellezza non è più così grande e neanche così bella. 

mercoledì, settembre 30, 2015

Sotto Una Buona Stella - Carlo Verdone, 2014


Raramente mi trovo a stroncare del tutto un film, vuoi perché non credo di avere gusti chissà quanto raffinati, vuoi perché cerco sempre di vedere qualcosa di buono anche in ciò che non mi ha colpita particolarmente. Ecco, adesso lo devo proprio dire: Sotto Una Buona Stella di Carlo Verdone fa veramente schifo. 
Un po' di trama (si fa per dire): l'azienda di cui è proprietario Verdone fallisce, la fidanzata cagacazzo lo lascia, la sua ex moglie muore e quindi i suoi due figli con cui lui non ha pressappoco nessun rapporto, Tea Falco e Lorenzo Richelmy, vanno a vivere da lui. La sua vita è un disastro, ma meno male che c'è la vicina di casa Paola Cortellesi ad allietargli le giornate.
Adesso, a me piacerebbe riuscire a salvare anche una minima cosa di questo film, una sola, ma fa davvero pena su tutti i fronti. Partiamo dalla regia: le riprese sanno di vecchio e sono fatte malissimo, c'è un abuso spropositato di primi piani che già sono brutti di per sé, se poi ci aggiungi anche lo zoom... caro Carlo, ma nessuno te l'ha detto che lo zoom sui primi piani non si usa più da vent'anni? L'illuminazione delle scene è pessima, sembra fatta con le lampadine a basso consumo manco fosse un film del Dogma 95 e il regista fosse Von Trier.


I personaggi non sono meglio, a partire dallo stesso Verdone. Il suo personaggio è proprio antipatico e per metà del film parla praticamente solo lui, sia con monologhi (che in realtà non sono monologhi, è proprio che non dà neanche il tempo agli altri di rispondergli) sia con la fastidiosa voce fuori campo di cui si poteva fare benissimo a meno nel 95% delle scene. La sua fidanzata è isterica e l'attrice proprio non ce la fa, mentre Tea Falco è tutto un caso a sé. Dopo averla vista in 1992, dove nessuno ha capito cos'abbia detto per tutte e dieci le puntate e dove l'arredamento era più espressivo di lei, non mi aspettavo chissà quale grande prova attoriale ma di certo non ero pronta a vederla piangere (senza riuscirci), a sentirla recitare poesie (senza riuscirci), a dialogare nientemeno che in inglese (devo ripeterlo?). E che dire della Cortellesi, che in genere riesce a farmi ridere anche quando non fa nulla, neanche lei raggiunge la sufficienza in questo film, poverina che ha fatto quel che poteva con una sceneggiatura del genere (tra l'altro prima di questo ho visto un altro film in cui lei è la protagonista, Scusate Se Esisto, molto carino e divertente). 

Ecco, parliamo della sceneggiatura: i tempi tra le battute sono terribili, non c'è un momento di silenzio in tutto il film, per non parlare dei tempi comici. Quanto è trita e ritrita la storia dell'uomo di mezz'età in crisi? Quanto non è divertente? Non c'è una sola scena nel film che mi abbia fatto ridere (consapevolmente, s'intende). Qualche esempio? Il malinteso che la Cortellesi sia in realtà una battona (ma che davvero?), Verdone che scambia la sua nipotina di colore per un'altra bambina (perché le persone di colore sono tutte uguali, si sa), i frequenti siparietti sull'organo genitale maschile, come quello sull'eiaculazione precoce e quello dove la Cortellesi lo paragona a una penna biro, e Verdone svia la conversazione perché non sia mai che una controparte femminile parli di peni, per carità. Che ridere, davvero. 
Di film di Verdone ne ho visti pochissimi e non mi erano dispiaciuti granché, ma con questo film sembra esser rimasto alla comicità degli anni 90 e averla addirittura peggiorata. Gli conviene, come dice la Cortellesi nel film quando deve licenziare la gente, fare un passo indietro perché è una persona troppo competente, una risorsa troppo preziosa per quest'azienda (cit.). 

lunedì, giugno 15, 2015

Le Fate Ignoranti - Ferzan Ozpetek, 2001


Alla lista dei film di Ferzan Ozpetek di cui ho parlato non potevo di certo farmi mancare Le Fate Ignoranti, che non è il mio film preferito del regista turco (quello è Mine Vaganti, lo sanno tutti) ma è sicuramente quello che considero il più bello in assoluto ed emblematico per tutta la sua opera. Ferzan (ormai mi prendo la libertà di chiamarlo per nome) non si smentisce mai ed ecco che crea un'altra meravigliosa storia d'amore, nel senso più stretto e intimo del termine, e sulla famiglia, nel senso più libero del termine. 

Antonia (Margherita Buy) e Massimo sono sposati felicemente da dieci anni; un giorno lui viene investito da un'auto e muore. Lei rimane sconvolta nello scoprire che, dietro un quadro (chiamato proprio "La fata ignorante") appartenuto al marito, vi è una dedica di un amante. Perché Massimo era omosessuale (o bisessuale, non è specificato) e la sua storia con Michele (Stefano Accorsi) proseguiva da più di sette anni, anni in cui conduceva una vita completamente diversa da quella che sua moglie conosceva. Quello che Antonia scopre non è solo un amante ma un mondo intero di cui non sapeva nulla, a partire dai personaggi che popolano l'appartamento di Michele e che Massimo considerava la propria famiglia. 

Michele è amareggiato a dir poco, è arrabbiato con Antonia che per sette anni ha avuto ciò che a lui era concesso vivere solo nell'ombra. È allo stesso tempo incuriosito dalla donna, l'unica persona che può condividere il suo dolore e che porta su di sé ciò che resta di Massimo. L'ostilità di Michele comincia a vacillare e Antonia gli va incontro, mentre la rassegnazione si fa strada in lei e con essa il desiderio di conoscere davvero quel marito che le sembra distante anni luce da quando era in vita. Michele e Antonia si scontrano, incapaci di vedere Massimo in ciò che descrive l'altro, e poi si incontrano, sviluppando una dipendenza reciproca dove nell'altro cercano l'uomo che entrambi hanno amato.

Stefano, a noi piace ricordarti così: mentre ti bombi due
uomini insieme invece delle showgirl di Tangentopoli.
Vedo questo film allo stesso modo di una poesia dedicata alla perdita di una persona cara, malinconico e struggente, delicato come il bicchiere di vetro che cade a terra e si rompe in mille pezzi ("Si dice che quando ti si rompe un bicchiere la persona che ami se n'è andata via"). A legare i versi di questa poesia è la presenza di Ernesto (Gabriel Garko, probabilmente nell'unico bel ruolo della sua carriera), membro della "famiglia" con una storia d'amore abusiva e irrisolta alle spalle e gravemente malato, prossimo alla morte (tema ripreso poi in altra salsa in Saturno Contro). 
Un film magico, tipico di Ozpetek, dove ogni cosa sembra essere nel posto giusto al momento giusto ma pronta a crollare, dove l'amore viene proposto in tutte le sue sfumature e dove si fonde, si trasforma, perché è impossibile racchiuderlo in due personaggi, in una storia, in un'etichetta. 

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martedì, maggio 12, 2015

Il Nome Del Figlio - Francesca Archibugi, 2015


Trama: Paolo Pontecorvo (Gassmann) e Simona (Ramazzotti) sono in attesa del loro primo figlio. Durante una cena a casa di Betta (Golino) e Sandro (Lo Cascio), rispettivamente sorella e cognato di Paolo, dov'è presente anche Claudio (Papaleo), amico sin dall'infanzia, a causa di uno scherzo di Paolo verranno a galla vecchi rancori e questioni irrisolte.
Cast: Alessandro Gassmann, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti.

Uno dei commenti più frequenti che mi capita di leggere su internet riguardo ai film italiani belli è "questa è una delle poche eccezioni, il nostro cinema è morto". Certo, non c'è più lo splendore di una volta, non ci sono più Fellini, De Sica, Visconti; non ci sono più Risi e tutti i maestri della commedia all'italiana, tutt'oggi inarrivabili; non ci sono più gli attori magnifici e poliedrici che non hanno fatto solo la nostra, di storia, ma quella del cinema in generale.
Io sono dell'opinione che il nostro cinema non sia mai morto. Ammosciato, forse, ma sicuramente non morto: film di grande introspezione e commedie che si prendono gioco di ogni cosa esistono ancora per chi le sa cercare e apprezzare.

Tutto ciò per introdurvi al film di cui tratterò stavolta, Il Nome Del Figlio, che è classificato come commedia ma che chiamare tale sarebbe riduttivo; lungi, tuttavia, dall'essere un film drammatico, si trova da qualche parte nel mezzo.
Il soggetto è tratto da una pièce teatrale, precedentemente adattata cinematograficamente in Francia con il nome di Le Prènom (in italiano Cena Tra Amici), film che io ho amato dall'inizio alla fine e a cui associo dei bei ricordi, oltre ad essere una delle commedie più divertenti che io abbia visto. Potete quindi immaginare che le mie aspettative per questo remake italiano erano alle stelle, soprattutto dopo essere venuta a conoscenza del cast che, a parer mio, riunisce cinque dei più bravi attori che abbiamo e che io personalmente adoro.

Vi dirò che non è stato esattamente ciò che credevo: nonostante le tantissime somiglianze con la versione francese (la trama non cambia di una virgola e alcune battute sono prese pari passo), i due film nell'essenza sono infinitamente diversi, essendo ovviamente specchio di due società diverse. Le Prènom è una commedia a tutti gli effetti, tipicamente francese, dove una serie di equivoci innescano delle situazioni a dir poco esilaranti. Il Nome Del Figlio, invece, dà vita alla una versione molto più elegante della stessa storia, creando un film uguale ma completamente nuovo: si dà più spazio ai rapporti tra i personaggi, parte della stessa società che criticano, ed è tutto velato da una nostalgia che ricorre dalla prima scena all'ultima, grazie ai flashback che ci mostrano i protagonisti in età adolescenziale e ci aiutano a comprendere perché si comportano in quella maniera (quasi un parallelismo dell'elicottero telecomandato che è in giro per tutta la durata del film e ci offre delle inquadrature alternative, guidato dai bambini) . I personaggi si muovono in uno degli appartamenti più belli che io abbia visto in un film, pieno di citazioni a partire dalle decine di libri sparsi dappertutto ai poster di Frida Kahlo, Star Wars e Marie Antoinette di Sofia Coppola appesi ai muri. Qui tutte le tensioni irrisolte e accumulatesi nel corso degli anni cominciano a sciogliersi con non pochi drammi e con qualche risata occasionale, per convergere in un lieto fine che se non ci fosse stato non avrebbe reso possibile la categorizzazione di questo film come commedia.

Avendo visto e amato la versione francese non posso dire che il cast sia perfettamente azzeccato, ma funziona. Il personaggio di Valeria Golino è più una casalinga nevrotica che un'insegnante, lei si ritrova succube della bravura degli altri attori e quando sembra stia ingranando, il film è quasi alla fine. Alessandro Gassmann si riconferma bravissimo e uno dei miei attori preferiti in assoluto (oserei dire un Mostro, proprio come suo padre), il film è praticamente suo e il suo personaggio è quello che mi è piaciuto di più, miglior amico e miglior nemico del personaggio di Luigi Lo Cascio, un altro attore italiano che apprezzo tantissimo e che qui porta in scena lo stereotipo (ma neanche tanto) dell'intellettuale di sinistra che predica bene e razzola male. Tra l'altro, i due hanno una chimica incredibile e le loro interazioni sono deliziose (vi invito ad osservarli anche quando la scena non è incentrata su di loro e interagiscono sullo sfondo). Bravo come al solito anche Rocco Papaleo, ma la vera perla di questo film è Micaela Ramazzotti, svampita e un po' burina, che rappresenta il punto di vista "esterno": non è acculturata, non è ricca di famiglia ed è decisamente il personaggio più genuino tra tutti.


Un po' merito dell'appartamento, un po' merito della sceneggiatura decisamente sopra le righe, un po' merito della bravura degli attori, per tutta la sua durata non sembra di star guardando un film ma un vero e proprio spettacolo teatrale - cosa che può piacere o meno ma che io ho adorato, così come ho adorato il film. Non bisogna essere a tutti i costi originali, osare nelle provocazioni o avere un budget stellare. A volte basta davvero poco: delle belle ambientazioni, un buon testo da cui partire, una regia pulita e incalzante e un cast che sa il fatto suo.
Vi lascio qui una delle scene più belle del film:



Nota: a tutte le persone che hanno detto "sì ma è una copia!!!1 Noi italiani siamo buoni solo a copiare!1!!1": siete scemi. Non so come altro metterla, davvero.

Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 

  • chiaramente Cena Tra Amici (Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, 2012), di cui questo film è remake; 
  • I Nostri Ragazzi (Ivano De Matteo, 2014) per la serie "borghesi italiani con problemi" e l'accoppiata Gassmann-Lo Cascio; 
  • Il Capitale Umano (Paolo Virzì, 2014) sempre per la stessa serie; 
  • 18 Anni Dopo (Edoardo Leo, 2010), a metà tra drammatico e commedia. 

venerdì, aprile 24, 2015

Santa Maradona - Marco Ponti, 2001


Trama: Andrea (Stefano Accorsi), laureato in lettere, 27 anni, è l'emblema di una generazione ricca di insicurezze che passa da un colloquio di lavoro all'altro con scarsi successi; vive in affitto in un appartamento con il suo amico Bart (Libero De Rienzo), con il quale condivide la monotonia di tutti i giorni fin quando Dolores (Anita Caprioli), giovane attrice di teatro e maestra, irrompe nella sua vita. Tra i due nasce una storia d'amore che metterà in crisi Andrea. I suoi amici, Bart e Lucia (Mandala Tayde), convinceranno il protagonista che, volendo, si può fare qualcosa per migliorare le cose che non piacciono. (presa da Wikipedia)


Quello con cui abbiamo a che fare stavolta è uno dei film più citabili in assoluto, da "L'amore è una scorreggia nel cuore" a "Quell'essere mitologico? Quello col corpo d'uomo e la testa di cazzo?" passando per "Io sono andato in Polonia con una Panda senza rompere i coglioni a nessuno". Tutte frasi dette dal personaggio di Libero De Rienzo, attore che io adoro e che in questo film rasenta la perfezione; lui e il personaggio interpretato da Stefano Accorsi sono, detto senza troppi giri di parole, due falliti, a cui non importa di nulla e che vivono al giorno, che tentano di riscattare le loro vite senza tanto successo ma in realtà di riuscirci non gli interessa poi così tanto.


Non esagero se dico che questo è uno dei film più divertenti che io abbia mai visto e se state continuando a leggere in attesa della parte dove vi dico cosa non mi è piaciuto di questo film allora potete pure andarvene. È fresco anche se risale a quasi quindici anni fa, è a tratti geniale e tutti e quattro i personaggi sono delineati chiaramente. È anche una delle rare volte in cui in un film i protagonisti sono sì due amici maschi, ma viene comunque ritagliato uno spazio per un personaggio femminile loro coetaneo che non ha il ruolo di interesse amoroso né è una macchietta, ma loro pari in tutto e per tutto ("Io una volta mi sono masturbata con un Magnum Double").


Una cosa brutta, in effetti, c'è: le orribili transizioni da una scena all'altra che sembrano fatte con Movie Maker. Però se vogliamo fare gli intellettuali possiamo dire che conferiscono un certo carattere al film... insomma, gliele perdoniamo. Non riesco a pensare a un solo motivo per cui non dovreste vedere questo film: io credo di aver appena trovato il film della mia vita e da oggi in poi infilerò una citazione di Bart in ogni discorso.




Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 

  • Song E Napule (Manetti Bros, 2013); 
  • Noi E La Giulia (Edoardo Leo, 2015); 
  • Smetto Quando Voglio (Sydney Sibilia, 2014).

Film flash #1 - film italiani che ho visto recentemente


Passione Sinistra (Marco Ponti, 2013): Neanche Vinicio Marchioni e Alessandro Preziosi, raggianti e bravi come sempre, riescono a salvare una commedia intrisa di stereotipi pessimi (la bionda stupida oltre ogni limite, l'estremista di sinistra sfasciapalle, quello di destra stronzo e coi soldi) e, a parte i due sopracitati, con un cast a dir poco mediocre. Però oh, sarà che il mio senso dell'umorismo è terribile, ma ogni tanto ho riso.



Primo Amore (Matteo Garrone, 2004): Garrone sembra essere specializzato nel raccontare le ossessioni: in Reality l'ossessione per la fama, ne L'Imbalsamatore l'ossessione per un ragazzo di bell'aspetto, qui l'ossessione per l'anoressia. Tutti i suoi film che ho visto sono stranissimi, ed è proprio per questo che lo adoro. Se vivete d'ansia come me ve lo consiglio (insieme agli altri due che ho citato).



Più Buio Di Mezzanotte (Sebastiano Riso, 2014): film d'esordio e occasione vergognosamente sprecata: data la buona regia, il bravo protagonista e l'idea poco sfruttata nel cinema italiano (quella della gioventù lgbt), poteva diventare un cult. E invece si perde a causa di una trama pressappoco inesistente e personaggi piattissimi. Inoltre è davvero troppo triste per i miei gusti.



I Più Grandi Di Tutti (Carlo Virzì, 2012): questo film è una Figata Assurda e non capisco perché non sia un cult del nostro cinema contemporaneo. Non brilla per originalità, certo, ma quale film lo fa oggigiorno? Non c'è un solo personaggio che sia veramente antipatico, c'è l'amore per la musica (e una canzone spettacolarmente trash) ed è sia divertente che commovente. E poi c'è Alessandro Roja nella parte di uno sfigato pazzesco, se ciò non vi convince non so davvero cos'altro può farlo.



Giulia Non Esce La Sera (Giuseppe Piccioni, 2009): questo è un film di quelli drammatici veri, storie d'amore che nascono dove non dovrebbero, crimini vari, tristezza random, morte, niente azione, e di conseguenza avrebbe dovuto annoiarmi a morte. E invece no, l'ho trovato molto bello, a partire dai due protagonisti (Valerio Mastrandrea e Valeria Golino). Menzione speciale alla soundtrack che è dei Baustelle e quindi merita.



Tatanka (Giuseppe Gagliardi, 2011): un film su un pugile di cui non mi poteva interessare di meno sarebbe stato decisamente l'ultima delle cose che avrei pensato di vedere, ma ci sono state tre cose che mi hanno spinto a dargli una possibilità: 1. la curiosità di vedere qualcos'altro del regista che è nel team creativo della serie 1992; 2. la fiducia negli adattamenti da Saviano, che in genere sono belli; 3. le riprese che sono state in parte girate dove abito e in luoghi che visito spesso; facciamo pure 4., cioè che Carmine Recano è di una gnoccaggine al di fuori di questo mondo. Devo dire che non sono rimasta delusa, il film è interessante, gli attori bravi e la regia promossa. L'unica cosa che io personalmente ho apprezzato tantissimo ma che per altri può essere fastidiosa è che il 95% del film è in dialetto napoletano/casertano quindi, se non siete pratici, senza sottotitoli non capireste assolutamente nulla.



lunedì, marzo 30, 2015

La Finestra Di Fronte - Ferzan Ozpetek, 2003


Trama: Giovanna è una contabile in un'azienda alimentare e suo marito ha un lavoro precario. Inizialmente spia un uomo che abita nel palazzo opposto al suo e poi se ne innamora. La relazione tra i due diviene più forte grazie a un uomo anziano che è bloccato nei ricordi di un amore che ha perso nel 1943. 
Cast: Giovanna Mezzogiorno, Massimo Girotti, Raoul Bova, Filippo Nigro


Dopo tanto tempo e tanti film, ancora mi sorprendo dell'abilità di Ferzan Ozpetek di farmi emozionare ogni volta, ancora rimango stupita dalla delicatezza con cui riesce a trattare ogni tema senza farlo sembrare pesante o di cattivo gusto .


Questo film è un film su persone che si innamorano guardandosi dalle finestre, finestre presenti durante tutto il film: per osservarsi di nascosto, per dichiararsi amore, per affacciarsi sul passato e su se stessi. Giovanna è una donna che non regge più la banalità della sua vita, composta da marito, figli e un lavoro che di entusiasmante non ha nulla: le sue evasioni sono la pasticceria a tempo perso e lo spiare il suo vicino dalla finestra, senza sapere che in realtà lui fa lo stesso. La passione li travolge, lei che così facendo potrebbe perdere tutto e lui che da perdere non ha proprio un bel niente, e i loro corpi si intrecciano in una delle scene di sesso più particolari che ho visto ultimamente.


Commento tecnico necessario: avete visto che bono con gli occhiali?
Lorenzo è il rifugio di Giovanna, così come Giovanna è il rifugio di Davide. Davide è l'uomo anziano che Giovanna e suo marito incontrano per strada e decidono di portare a casa, dopo essersi accorti della sua perdita di memoria. Negli anni 40 Davide ha conosciuto il grande amore della sua vita, Simone, proprio guardandolo dalla finestra. La morte di Simone è qualcosa che Davide non supererà mai e porterà con sé come una croce fino all'incontro con Giovanna. Veniamo presi per mano e accompagnati ora nei flashback di quella notte dell'autunno del 1943, ora nel presente, dove i nodi vengono al pettine sia per Davide che per Giovanna. I due sono accomunati dall'amore per la pasticceria e, ancora una volta, Ozpetek lascia che sia il cibo a parlare dove le parole vengono a mancare.


Un film ben lontano dall'essere perfetto, che poteva approfondire di più i suoi personaggi e le sue storie, ma che non ti lascia da solo dopo la visione, anzi insinua mille domande diverse nella tua testa. Cosa sei disposto a fare pur di evadere dalla ripetitività della tua vita? Vale davvero la pena di lasciare tutto quello che hai costruito negli anni per assecondare il cuore? E quella che mi è entrata più nel profondo e a cui non so dare una risposta: lasceresti morire l'amore della tua vita se servisse a salvare decine di donne, uomini e bambini?



Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 
  • dallo stesso regista Magnifica Presenza (2011), Le Fate Ignoranti (2001), Allacciate Le Cinture (2014); 
  • Miele (Valeria Golino, 2013) per il rapporto tra donna e uomo anziano e per gli spunti di riflessione sulla morte.


giovedì, marzo 26, 2015

Mine Vaganti - Ferzan Ozpetek, 2010


Trama: Tommaso (Riccardo Scamarcio) è figlio di un imprenditore pugliese e ha deciso di lasciare la famiglia per studiare economia a Roma. Il motivo vero però è presto svelato in una confessione al fratello Antonio (Alessandro Preziosi): è gay e convive con un uomo, ed è tornato a casa per confessarlo al padre così che lo cacci definitivamente e lo sollevi da tutte le responsabilità nei confronti del pastificio di famiglia. Ma ad una cena di famiglia, quando Tommaso aveva previsto di fare coming out, accade un imprevisto che manderà all'aria tutti i suoi piani.
Cast: Riccardo Scamarcio, Alessiandro Preziosi, Nicole Grimaudo, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci, Paola Minaccioni, Carolina Crescentini


Prima che voi leggiate questa recensione è doveroso avvertirvi: IO AMO MINE VAGANTI. Scritto anche in maiuscolo, così non ci sono fraintendimenti. Se avete cominciato la lettura in cerca di una recensione oggettiva, che vi illustri anche i lati negativi di questo film (ammesso che ce ne siano), chiudete la pagina immediatamente: qui solo arcobaleni, unicorni e cose belle.
Il film è un film di Ozpetek in piena regola e sviluppa tutti i temi a lui cari, stavolta concentrandosi particolarmente sulla famiglia, una famiglia salentina benestante ma con la mente chiusa, che si trova in difficoltà nell'accettare dell'omosessualità del figlio (e no, non basatevi sulla trama che ho scritto... non è come sembra!) anche se, dopotutto, per citare la nonna, "la terra non può volere male all'albero".

La nonna, perennemente bloccata nei ricordi di un amore passato, è solo uno dei personaggi meravigliosi che popolano questo film, il personaggio preferito un po' di tutti e sicuramente del regista: è a lei che riserva le battute e le scene più belle, oltre che l'apertura e la chiusura del film.
Poi ci sono i due fratelli, del cui rapporto è difficile parlare senza anticipare nulla. La mamma, che si trova spiazzata nel venire a conoscenza dell'omosessualità del figlio (che, di nuovo, non è come sembra!), che si tortura nel chiedersi come mai non l'abbia capito, una mamma queste cose dovrebbe sentirsele, no? La zia, anch'ella bloccata nei suoi ricordi e nelle sue paure e la cameriera Teresa, che è la nota più comica di tutto il film e dà il suo meglio quando gli amici di Tommaso, fantastici e troppo gay persino per questo film, vengono a trovarlo da Roma. In questo quadretto si inserisce Alba, una ragazza un po' particolare, introdottaci immediatamente e che in quello stesso momento viene a sapere dell'omosessualità di Tommaso, giocando quindi come sua alleata e a tratti anche qualcosa in più, contribuendo a formare il triangolo tra due uomini gay e una donna tipico dei film di Ferzan. È anche un film sull'ammirazione del regista per le donne in tutte le loro sfaccettature, il risultato di esservi cresciuto, tra le donne, avendo così imparato a conoscerle e descriverle al meglio.

Tommaso è, prima di essere un figlio e prima di essere gay, uno scrittore di romanzi d'amore: è anche per questo che si è allontanato dalla famiglia, per seguire il suo sogno invece di continuare quello del padre. Questo romanticismo viene fuori in tutto il suo estro ogni volta che parla di Marco, l'uomo con cui convive, la sua dolce metà, e non so se sia merito della scrittura o merito di Scamarcio ma ho avuto gli occhi a cuoricino per tutto il tempo.

Mai come in questo film è evidente l'importanza che Ozpetek dà ai pranzi di famiglia e al cibo in generale: Alba e Tommaso che cenano insieme, i dolci che la nonna mangia, la scena del mancato discorso di Tommaso che dà inizio alle vicende del film e che è tragica e comica allo stesso tempo, ma anche cose apparentemente di poco conto come il mitico pollo e riso scondito all'ospedale.


Un altro tema che ricorre per tutto il film è quello dell'amore vissuto di nascosto, un amore che scivola via in fretta e che bisogna cogliere prima che sia troppo tardi, come può essere quello di Tommaso, di Antonio, della nonna e della zia Luciana. Questo film è per me un inno alla libertà: libertà di amare chi vuoi, di svolgere la professione che senti di voler svolgere, di andar via senza dimenticare le tue radici e di tornare, di lasciarti morire quando pensi che il tuo momento sia arrivato, libertà di decidere il corso della tua vita senza sentirti in colpa verso le persone che ami e che amano te. Ed è forse per questo che lo amo così tanto.


Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 
  • Magnifica Presenza (stesso regista, 2012); 
  • Come Non Detto (Ivan Silvestrini, 2012); 
  • Diverso Da Chi? (Umberto Carteni, 2009); 
  • La Kryptonite Nella Borsa (Ivan Cotroneo, sceneggiatore di Mine Vaganti insieme a Ozpetek e creatore di quel capolavoro di serie che era Tutti Pazzi Per Amore, 2011)


Trivia: il rapporto di Ozpetek con il cibo, tratto dal suo libro Rosso Istanbul:
"[...] ho voluto che il centro della mia casa fosse il lungo tavolo di legno grezzo che è la prima cosa che si vede entrando: perché a casa mia si entra direttamente in cucina. È qui, su questo tavolo, che preparo il primo caffè del mattino; fatto con la moca, ovvio. È qui che discuto, scrivo, e immagino le sceneggiature dei miei film. È qui che, a pranzo o a cena, cucino per le persone che amo, quelle che sono la mia famiglia. Pensandoci, forse non è un caso che nei miei ĕlm si mangi spesso. Magari è solo un tramezzino, mentre divori con gli occhi la persona di cui ti stai innamorando: una delle scene più romantiche che ho girato. Oppure sono i trionfi di dolci del pasticciere sotto casa mia, a Roma; torte e bignè e sfogliatelle a cui non so resistere, quando passo davanti alla vetrina. E poi, quante tavolate nei miei film: di famiglia, magari con un litigio nell’aria; banchetti nuziali; tavoli apparecchiati per amici o amanti; tavole imbandite aspettando qualcuno che non arriverà. Forse un fantasma, o un perduto amore. [...] E mi piace stare ai fornelli mentre gli amici sono riuniti a tavola; cucinare, ridere e chiacchierare. A volte, quando siamo tutti seduti lì, e siamo giunti agli ultimi bicchieri, al dolce, alla chiacchiera per la chiacchiera, mi allontano un attimo, con la scusa di fare qualcosa nella stanza accanto. Poi rimango sulla soglia, in penombra, a guardarli. Mi conforta osservarli in silenzio, sapere che ci sono; scivolare per un momento fuori dalla mia vita e guardarla come se fossi un estraneo."

lunedì, marzo 23, 2015

Il Bagno Turco (Hamam) - Ferzan Ozpetek, 1997


Trama: Francesco ha un studio di architettura a Roma insieme a sua moglie. Quando sua zia muore, viaggia fino ad Istanbul per ereditare il bagno turco (hamam) che lei gli ha lasciato. Troverà qui l'amore e il calore che mancano alla sua vita in Italia.
Cast: Alessandro Gassmann, Francesca D'Aloja, Carlo Cecchi, Halil Ergun, Serif Sezer, Mehmet Gunsur


Ma quanto sono belli i film di Ferzan Ozpetek?
Con questo posso dire di aver visto la metà più uno della sua filmografia e di aver amato tutto (senza contare Allacciate Le Cinture che è stato talmente deludente che faccio finta che non esista), i film di Ozpetek sono inconfondibili: a me piace paragonarli a dei fiori, capaci di rapirti sempre con la loro delicatezza, con la loro bellezza ricercata e con il loro equilibrio effimero, come se una folata di vento stesse per spazzare via tutto. I suoi personaggi fuggono sempre da qualcosa e nella loro fuga trovano qualcos'altro: una persona speciale, un senso di appartenenza a qualcosa e, fondamentalmente, sé stessi.

Hamam è la sua opera prima, dove si vede chiaramente il tema inconfutabile di ogni film di Ozpetek: l'amore. L'amore per il paese da cui proviene, la Turchia, e per quello che l'ha "adottato", l'Italia; l'amore tra due persone che, per un motivo o per l'altro, non dovrebbero stare insieme; l'amore per la famiglia, che si può riassumere con la consueta scena della tavolata, presente in tutti i suoi film.


Ci ritroviamo immediatamente catapultati in una casa turca e per tutto il film percorriamo le strade di Istanbul, le sue stanze, sentiamo tutti i profumi del posto e i sentimenti della gente, imparando a conoscere non solo il protagonista, Francesco, ma anche la famiglia sorprendentemente gentile e disponibile che lo ospita.


Hamam è, per me, un film composto da momenti mancati: tra Francesco e Mehmet, il ragazzo turco di cui si innamorerà; tra Francesco e sua moglie, che attraversano da prima della sua partenza un momento di crisi; tra Francesco e la sua nuova città, alla quale in poco tempo si lega indissolubilmente; tra la zia Anita e tutte le persone che la circondavano e le volevano bene, che impariamo a conoscere attraverso le sue lettere. Persino tra la moglie di Francesco e Istanbul che, proprio come lui, tra le sue strade troverà sé stessa.


Questi momenti mancati, però, non sono affatto un male: sono convinta che se le cose fossero state "esplicitate", se come spettatori ci fosse stata spiegata ogni cosa passo dopo passo, questo film avrebbe perso la sua magia che le ambientazioni incantevoli hanno contribuito a creare. Un film sicuramente da guardare se, come me, siete amanti delle storie che sembrano sospese ad un filo, con dei personaggi che sembrano crollare da un momento all'altro per quanto delicati essi sono.



Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 
  • dallo stesso regista Mine Vaganti (2010, per la famiglia e la tematica lgbt), Saturno Contro (2007, per i rapporti tra i personaggi), Le Fate Ignoranti (2001, per il triangolo tra moglie/marito/amante del marito), Harem Suare (1999, per la Turchia) e Rosso Istanbul, che non è un film ma bensì un libro dello stesso Ozpetek sul quale sta girando anche un film; 
  • Tutto Su Mia Madre (1999, Pedro Almodovar) per la tematica lgbt e la ricerca di sé stessi.