film teen

Visualizzazione post con etichetta film teen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta film teen. Mostra tutti i post

giovedì, agosto 10, 2017

You Get Me: per me è un no grande quanto una casa


Durante una masterclass di cinema a cui ho partecipato, un attore italiano ha pronunciato le seguenti parole: "la sceneggiatura è l'80% del film stesso. Se la sceneggiatura fa schifo, il film non è nulla." In poche parole, puoi avere la storia più bella del mondo, la regia e la fotografia più innovative, ma se la scrittura è pari a zero il tuo film farà, in una sola parola, cagare. Come dargli torto? 



Questa piccola premessa serve a presentare You Get Me, un teen movie dai toni thriller, distribuito da Netflix e presente sulla piattaforma da qualche mese. La trama in soldoni: Tyler (Taylor John Smith, uno che avrà tipo quaranta anni ma fa la parte del diciassettenne) viene lasciato dalla ragazza e la sera stessa conosce Holly (Bella Thorne), con cui trascorre una notte di passione. Il giorno dopo si pente e torna dalla sua ragazza, ma presto ricomincia la scuola e qui ritrova Holly, che si è trasferita lì e che vuole riaverlo. Seguono varie cose da psicopatica, tra cui mandare in shock anafilattico un'amica della ragazza di Tyler (senza che nessuno faccia indagini o niente, in nome del realismo) e fingersi incinta, per non parlare del finale con rapimento a sorpresa.



La cosa che mi fa innervosire di più di questo film è che la trama, presa in sé, non è tanto male; di cult movie con ragazze cattive e un po' fuori di testa ce ne sono a decine, e funzionano tutti perfettamente. Il problema è che se hai una fotografia patinata, indie-ggiante, ricercata a tratti, praticamente quasi perfetta, e speri che mettendola su una sceneggiatura da film prodotto dalla ABC Family, come può essere Cyberbully, ti troverai magicamente un film decente per le mani... beh, non è così. Insomma questo film ha paura di osare, sembra che non ci si ricordi di essere su Netflix ma su una tv via cavo familiare qualsiasi.
Oltre alla sceneggiatura praticamente inesistente, c'è un evidente problema di interpretazione: il quarantenne sopracitato è monoespressivo per tutto il film, così come la sua ragazza. Bella Thorne, che io trovo una delle attrici giovani più belle in assoluto, non brilla di certo per qualità attoriali ma ha naturalmente una faccia cattiva e maliziosa che dovrebbe farla risultare perfetta per qualsiasi ruolo del genere, ma la scrittura è talmente debole che persino lei, che ha l'aria da psicopatica per natura, risulta ridicola a tratti. 
Insomma, potevamo farne a meno.

Se ti è piaciuto potrebbero piacerti...

  • The Bling Ring (Sofia Coppola, 2013)
  • Nerve (Henry Joost, 2016)


martedì, gennaio 03, 2017

Una visione diversa della disabilità: Io Prima Di Te


Mettiamo subito le cose in chiaro: Io Prima Di Te non è un bel film. La premessa è molto banale, la sceneggiatura è scritta da cani e forse è recitato anche peggio. I due personaggi principali sono talmente esasperati nelle loro caratteristiche che a tratti risultano essere anche fastidiosi: lei, Emilia Clarke, vestita direttamente dal guardaroba de Il Mondo Di Patty, la classica ragazza “non bella”, semplice, che non fa sangue (e insomma…) ma dal cuore d’oro, sempre gentile, attenta e che si spacca la schiena per aiutare la famiglia; lui, Sam Claflin, bonazzo milionario un po’ stronzo che rimane paralizzato dopo un incidente e quindi deve decisamente ridimensionare il suo tenore di vita. Ora, due del genere come potevano non innamorarsi? Ecco, appunto.

Premesso che io sono tutt’altro che una fan del genere “storie strappalacrime di persone che si innamorano di altre persone con handicap/malattie terminali”, e si è sicuramente notato data la stroncatura iniziale, c’è una cosa di questo film che io ho apprezzato molto ed è infatti il motivo che mi ha spinto a scriverne: questo film è incredibilmente superficiale pur trattando un tema delicatissimo, e paradossalmente funziona. Il personaggio di Sam Claflin è in sé superficiale, se così possiamo definirlo. Perde qualsiasi voglia di vivere dopo l’incidente, perché abituato a una vita di eccessi, sport adrenalinici, conquiste amorose ecc. che chiaramente non può più condurre, e per di più talvolta continua a essere stronzo – ma il personaggio della Clarke è talmente una cagacazzo che non me la sento di biasimarlo per questo. Il punto è che lui, per tutto il film, non “guarisce” da questa sua condizione; il male di vivere persiste perché puoi avere chiunque accanto a te, ma se non stai bene con te stesso c’è poco da fare. L’amore ci può alleviare qualche sofferenza e rendere più piacevole la nostra permanenza qui, ma purtroppo non è il rimedio a ogni cosa e non si vive di solo amore.  Questo è, sostanzialmente, il messaggio che trasmette il film, un messaggio a mio parere veritiero e realistico, diverso dall’idea che spesso viene trasmessa nei film che “l’amore ci salva da ogni cosa”. Non è così, perché al contrario di come la pietà generale ci induca a pensare, le persone disabili non sono santi, non sono più sensibili o più delicate, sono per l’appunto persone che provano rabbia, odio, delusione come chiunque altro sulla faccia della Terra. E il personaggio di Claflin ne è perfettamente consapevole, che neanche l’amore sarà in grado di restituirgli ciò che ha perso, quindi perché fingere il contrario?


Diciamo che ho voluto scavare a fondo, trovando forse un significato che in realtà non c’è, e il film magari è semplicemente scritto da cani. Ma tant’è. 

Se ti è piaciuto potrebbero piacerti...
  • Love, Rosie (Christian Ditter, 2014)
  • One Day (Lone Scherfig, 2011)
  • The Theory Of Everything (James Marsh, 2014)

venerdì, settembre 11, 2015

Paper Towns, quello che poteva essere e quello che invece è stato (Jake Schreirer, 2015)


Quentin (Nat Wolff) e Margo (Cara Delevingne) sono vicini di casa (ma quanto ci piace il cliché delle finestre di fronte?) e da piccoli vivono insieme un'esperienza insolita: trovano un cadavere. Mentre Quentin rimane completamente impassibile davanti all'accaduto (come fa un bambino ad essere tanto cinico da rimanere impassibile davanti a un cadavere? Non lo so, chiedetelo a John Green), Margo si incuriosisce e comincia a indagare, perché Margo ama così tanto i misteri che finisce per diventarne uno (frase del film, non lo so, non fate domande). Crescendo, i due si allontanano, Margo diventa popolare e Quentin resta, senza tanti giri di parole, uno sfigato qualsiasi, ma si sente ancora legato a lei. Così, quando lei una notte si presenta nella sua camera e gli chiede di prestarle la sua macchina lui cosa fa? Io l'avrei mandata a fanculo, non solo non mi saluti più e ora vuoi anche la macchina, ma lui ovviamente accetta e l'accompagna. Margo si prende una "rivincita" sul suo ex fidanzato e sui suoi amici, aiutato dal povero Quentin che non capisce una mazza di cosa succeda (neanche io Q., non ti preoccupare), il tutto accompagnato dagli aforismi poetici di lei, che impartisce lezioni di vita come se avesse settant'anni e quindici nipoti. La mattina dopo, Quentin si sveglia con l'autostima a mille (lei l'ha baciato!!!!! Ve l'aspettavate?) e va tutto convinto a scuola solo per scoprire che lei è sparita. Puff. Perché lei è un mistero e bla bla bla. Neanche i genitori se ne fregano più di tanto, in fondo lei è un mistero e bla bla bla. 

Adesso, so che da come l'ho raccontato sembra quasi che io nutra un odio viscerale nei confronti di questo film, ma la verità è che tolta la trama assurdamente pregna di cliché che viene fatta passare come chissà quale novità, il film non è neanche tanto male e se non ci pensate su magari lo trovate anche carino. 

I due attori principali sono il motivo che mi ha spinto a vedere questo film (a parte tutta la pubblicità che è stata fatta): io adoro Nat Wolff, secondo me ha quell'aria un po' da nerd outsider ma che in realtà sotto sotto è il più stronzo di tutti, non lo so ma lo adoro e in Palo Alto mi piacque tantissimo. Cara Delevingne a me piace molto come persona, però qui l'ho trovata un po' fuori posto non perché sia una cattiva attrice, ma perché non credo sia adatta a questo genere di ruoli. Ha una voce e una mimica facciale che me la fanno immaginare più in una comedy che in un film più-o-meno drammatico dove interpreta la ragazza dei sogni di qualcuno (parliamo anche di quanto i suoi modi di fare la facciano somigliare a Emma Stone, vi prego. Lo vedo solo io?). 

Ogni tanto il film prova ad essere divertente ma risulta solo fuori luogo con l'aria generale del film, troppo seria da poter essere rotta con qualche battuta. È tutto costantemente in bilico tra drama, dramedy, teen, road trip e mystery e alla fine non funziona e basta, ciò che ne rimane è un film senza una vera identità. In alcuni punti però ha uno stile interessante, la voce narrante è quella di Quentin e credo che avrebbero potuto sfruttarla meglio, avrebbero potuto giocarci per rendere il suo punto di vista più personale e per portare il film sopra le righe, che così si prende decisamente troppo sul serio. Il film poteva essere meno pesante, più sarcastico e più fresco, è questa la sua vera pecca: ciò che accade è troppo per degli adolescenti, i fatti sono troppo assurdi, troppo sconnessi, troppo irreali. E così sono anche i personaggi, troppo pretenziosi, nel tentativo di renderli più profondi si appiattiscono e basta. Perché dovrebbero interessarmi se li percepisco tutti come estranei? Perché vanno tutti alla ricerca di Margo, cos'ha lei di tanto speciale che io non riesco a vedere? Non basta dirmi che Quentin è innamorato di lei per farmelo credere, anche io voglio innamorarmi di Margo e anche io voglio capire perché Quentin è così innamorato di lei da cercarla dappertutto. Però Margo è presentata come un mistero e bla bla bla, Quentin la idealizza basandosi praticamente sul nulla. Ora, so che John Green voleva tentare di smentire lo stereotipo, il trope della manic pixie dream girl, la ragazza dei sogni che esiste solo nella testa del protagonista, e forse in parte c'è anche riuscito, però i mezzi con cui l'ha fatto risultano vani e tutto l'insieme è un'occasione sprecata. Alla fine tutti realizzano che Margo è oh, soltanto una ragazza! Come tutte le altre! Incredibile, no? 
Io il libro di Paper Towns non l'ho letto, ma ho letto The Fault In Our Stars e Looking For Alaska che proprio non sono riuscita a finire, e Green a non scrivere personaggi che parlano come se fossero un indovinello su La Settimana Enigmistica proprio non ce la fa. È un mistero, è un uragano, è un miracolo, è una metafora, è viva, è morta, ritorna, sparisce, perché? non si sa. Insomma, che noia.
Paper Towns non è la solita cosa, glielo concedo, ma non sa neanche lui cosa vuole essere. Io non mi aspettavo nulla, però speravo in qualcosa di meno pretenzioso e più intelligente. Peccato. 

Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti...

  • The Fault In Our Stars (Jake Schreier, 2014);
  • The Perks Of Being A Wallflower (Stephen Chbosky, 2012)
  • The Spectacular Now (James Ponsoldt, 2013);
  • (500) Days Of Summer (Marc Webb, 2009). 

lunedì, agosto 10, 2015

The Duff, oppure: come desiderare di essere una sfigata (Ari Sandel, 2015)


Quante commedie romantiche per adolescenti abbiamo visto dove la protagonista era una sfigata in piena regola e l'atleta belloccio di turno si innamorava di lei, tra lo stupore di tutti i loro compagni e la nostra speranza che qualcosa di simile, un giorno, sarebbe potuto capitare anche a noi? 

I tempi, però, sono cambiati: gli atleti sono sempre atleti e i nerd sono sempre nerd ma, da qualche anno, sono questi ultimi a detenere lo scettro nei prodotti cinematografici e televisivi. Basti pensare a tutte le commedie e ai telefilm che guardiamo e ai personaggi con cui ci relazioniamo. Ormai non vogliamo essere come i personaggi che consideriamo belli, atletici, invidiati da tutti: vogliamo essere strani, divertenti, sfigati. Vogliamo essere noi stessi, perché essere noi stessi è meglio che essere uno stereotipo. 

Be the best weirdo you can be: questo è, in sostanza, il messaggio di The Duff (tradotto in italiano con il complicato titolo di L'A.S.S.O. Nella Manica), che prende la storia trita e ritrita dell'atleta e della sfigata e la stravolge, tenendo conto di come funzionano adesso le dinamiche tra adolescenti. Oggi la conoscenza della cultura pop non è più da outsider, non è insolita, ma è un vanto da sbandierare. I social network non sono cattivi se li si sa usare (Cyberbully popola ancora in miei incubi, di tanto in tanto) e sono all'ordine del giorno; il film gioca molto sull'utilizzo di questi, infatti all'inizio ci viene proposta una carrellata di hashtag per aiutarci ad inquadrare i personaggi in fretta. Semplice ma efficace.  


La trama non brilla di certo per originalità: Bianca (interpretata dall'adorabile Mae Whitman) è intelligente, divertente, sarcastica e decisamente nerd. Le sue migliori amiche sono belle e volute dai ragazzi, tutto ciò a cui una come Bianca dovrebbe aspirare. Una sera, Wes (Robbie Amell), suo vicino di casa e giocatore di football più popolare della scuola, le fa notare che lei è una DUFF (Designated Ugly Fat Friend): in poche parole, è l'amica sfigata il cui unico scopo è far risaltare le altre amiche, più belle e in gamba. Lei, chiaramente, non la prende bene e quindi chiede a Wes di aiutarla a scollarsi quest'etichetta da dosso e a conquistare Toby, l'archetipo dell' hipster, per il quale ha una cotta. Come da manuale c'è anche la basic bitch, Madison (interpretata dalla dea terrestre Bella Thorne), ex di Wes decisa a riconquistarlo. Il resto potete immaginarlo.

Ciò che è fresco e travolgente è il modo in cui la storia è posta: Bianca è awkward, è una ragazza normale, ma Bianca non ha bisogno di cambiare perché è già fighissima così com'è, e infatti il ragazzo lo conquista senza cambiare di una virgola. E, raramente succede in questo genere di film, tutto ciò è credibile: non c'è motivo per cui Wes non dovrebbe innamorarsi di Bianca, perché Bianca è fantastica anche senza essere bella o talentuosa, senza essere nulla di speciale. Siamo tutte, e qui includo anche me stessa, un po' lei.

Wes non è il ragazzo perfetto, semplicemente perché adesso la definizione di ragazzo perfetto non vede più lo stereotipo dell'atleta bello e popolare quanto quello del ragazzo sensibile, artistico, magari anche con gli occhiali e che indossa soltanto polo e maglioni. E la relazione tra Wes e Bianca è prima di tutto un'amicizia, dove entrambi sono liberi di essere ciò che vogliono al di fuori di quello che lo stereotipo della commedia teen americana ha imposto con gli anni. 
E, come se non bastasse, tutto il film è dannatamente divertente.

Insomma, se i soliti film adolescenziali vi hanno stancato, se vi mancano John Hughes e The Breakfast Club, se volete più Easy A e meno Cyberbully (scusatemi se lo menziono di nuovo, ma è sempre doveroso ricordare quanto faccia schifo) allora avete trovato un nuovo non-così-guilty pleasure.



Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti...

  • The Breakfast Club (1985) e Sixteen Candles (1984) di John Hughes, ma tutta la sua filmografia in generale;
  • Easy A (Will Gluck, 2010);
  • Pitch Perfect (Jason Moore, 2012)