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venerdì, ottobre 27, 2017

Sirene: bene ma non benissimo


Sirene è la nuova fiction Rai, il cui tema principale è facilmente intuibile dal titolo. Lo sceneggiatore di Sirene, Ivan Cotroneo (regista anche di Un Bacio, qui la recensione), è uno che in televisione ci ha visto lungo: dalla sua penna saltano fuori Tutti Pazzi Per Amore, un’adorabile commedia familiare in stile musical, ed È Arrivata La Felicità, una delle fiction migliori che io abbia mai visto, di cui aspetto con ansia la seconda stagione – e che consiglio veramente a tutti di guardare, ve ne innamorerete.

Nonostante avesse già sperimentato l’irrealismo in Tutti Pazzi Per Amore – tramite un personaggio deceduto che narrava le vicende dall’aldilà – qui Cotroneo si butta sul fantasy pesante e decide di parlare delle sirene, localizzandole – come è giusto che sia, a Napoli. Il primo difetto, se così vogliamo chiamarlo, della serie è proprio l’ostacolo dato dall’incentrare la storia su creature mitologiche decisamente poco utilizzate nei media: non avendo riferimenti mediatici e popolari da cui attingere (come accade con i vampiri, ad esempio), le abitudini e le caratteristiche delle sirene sono state inventate di sana pianta e con poca attenzione ai dettagli, per cui spesso si scade nel banale o peggio si cade in evidenti buchi di trama. Personalmente non considero la cosa un gran problema, se avessi voluto guardare un documentario sulla leggenda delle sirene l’avrei fatto, però pur essendo in Rai mi sarei aspettata una ricerca e una continuità più accurata.
La fotografia è un’altra cosa che non ho apprezzato: Napoli è una città meravigliosa, piena di colori e di scorci suggestivi, e proprio perché ho riconosciuto nella serie i luoghi che vedo ogni giorno so che si poteva fare decisamente di meglio – piccolo esempio: la stazione metropolitana di Toledo, mostrata nella scena all’inizio, un luogo che offre mille spunti mostrato come se fosse un posto qualsiasi (ma essendo che il tema della stazione è proprio il mare, mi aspetto che venga mostrata in maniera migliore nelle prossime puntate). In tante scene ho avuto l’impressione che stessero sprecando l’occasione di riprendere qualcosa di bello, tant’è che avevo voglia di gridare alla tv  “gira la camera di là! Aggiusta le luci! Quel posto è così bello e lo stai inquadrando male!”. Sugli effetti speciali non ho granché da dire, sicuramente dignitosi per una serie del genere (a parte un paio di eccezioni) e le scene sott’acqua mi sono piaciute molto.
I personaggi, specialmente quelli umani, sono parecchio stereotipati (Argentero il fessacchiotto della situazione, Gallo l’uomo zerbino, ecc.) così come le sirene che con la loro misandria a volte sono decisamente troppo, ma comunque trovo l’idea di rovesciare i ruoli – sirene autoritarie, uomini succubi abbastanza simpatica.
Posso quindi dire che mi aspettavo un prodotto dalla qualità decisamente migliore, ma in sintesi Sirene va presa per quella che è, una serie molto leggera e alla mano, ottima per occupare un’oretta e mezza alla settimana senza fare grandi analisi televisive e sociali. C’è un po’ di trash consapevole (specialmente nel personaggio di Maria Pia Calzone), a volte si scade nel banale, ma se non la si prende troppo sul serio è godibilissima. Anche se si può sempre migliorare e spero lo faccia, nelle prossime puntate.
Probabilmente l’unica cosa davvero orribile è il finto accento napoletano di Luca Argentero. Terrificante.


mercoledì, ottobre 18, 2017

Suburra: Spadino, Aureliano e la rappresentazione LGBT


Suburra – La serie, presquel dell’omonimo film, è uscita da qualche settimana e praticamente mezzo popolo italiano l’ha binge-watchata (passatemi l’inglesismo), e già questa è una grande vittoria per la nostra serialità: dopo Romanzo Criminale e Gomorra, alle quali ogni serie verrà sempre e inevitabilmente paragonata, siamo stati capaci di creare un’altra serie di genere con un certo impatto mediatico e popolare, ma soprattutto di qualità – per trama, recitazione, regia, sceneggiatura, tutto.

Adesso non voglio perdermi in lusinghe inutili, perché se dovessimo approfondire Suburra ha sicuramente la sua dose di difetti, ma anche perché non è questo l’argomento del post.
Ciò che Suburra ha e che le altre serie italiane (ma anche internazionali, a dire il vero) non hanno è la presenza di Spadino, un personaggio dichiaratamente gay – per il pubblico più che per i personaggi della serie, dove tutti lo sanno ma nessuno ne parla – in un ambiente telefilmico e cinematografico dove i personaggi LGBT vengono rappresentati marginalmente e come “macchiette” oppure non vengono rappresentati affatto, ovvero quello della criminalità organizzata. Ritornando al paragone con Gomorra, ho un vago ricordo di un ragazzino transgender che viene freddato entro la fine della puntata; c’è anche la fidanzata del boss Salvatore Conte, donna transessuale che ricordiamo per l’iconica scena che qualsiasi abitante dell’entroterra napoletano continua a imitarecompulsivamente dopo due anni dalla sua messa in onda (ve lo giuro). Il primo un espediente narrativo che, appunto, si esaurisce nel giro di una puntata; il secondo un personaggio dalle nobili intenzioni narrative, cioè il desiderio di condurre una vita di coppia normale, ma che ha avuto l’impatto opposto nell’immaginario collettivo popolare – po po po po.
In Romanzo Criminale c’era Ranocchia, un personaggio molto marginale, né particolarmente positivo né particolarmente negativo, dagli atteggiamenti effemminati che i membri della banda spesso e volentieri prendevano in giro.

Spadino si inserisce in un ambiente inedito al pubblico italiano: il fratello minore del boss di uno dei clan criminali più potenti di Roma, forzato in un matrimonio combinato con una donna ma chiaramente innamorato di un suo partner-in-crime, il figlio del boss di un clan nemico – e qui le allegorie su Romeo e Giulietta si sprecherebbero, ma ricordiamoci che questo è un blog di recensioni serie. Più o meno.
Spadino vive questa sua sessualità tutt’altro che con tranquillità e spensieratezza, ma ciò non impedisce al personaggio di crescere, evolversi e agire in altri ambiti. Insomma, la serie è così piena di sottotrame che di Spadino innamorato di Aureliano, mentre guardiamo la serie, non ce ne può fregar di meno. Viene tutto mostrato, nulla viene lasciato all’interpretazione personale (come fanno molte serie americane e inglesi, fin troppe a mio avviso), ma ciò non è assolutamente centrale e rilevante ai fini della trama principale. Ed è normale che sia così, perché il fulcro di Spadino, così come degli altri personaggi, è che è un criminale, non un omosessuale, e soprattutto non una “macchietta” – se a Spadino gli urli frocio per strada, come minimo ti sgozza con il suo coltello.

E adesso passiamo all’altro lato della medaglia. Aureliano nella serie ha amato una donna (e un’altra ancora nel film, ammesso e concesso che la serie decida di essergli fedele) e non ricambia i sentimenti di Spadino, quindi tutto ci fa presupporre che sia eterosessuale. Aureliano è il figlio di un boss quando inizia la serie, nel film invece lo vediamo già a capo del clan di famiglia, e a mio avviso, in entrambe le opere, è caratterizzato come il personaggio più violento tra tutti. Nella serie, Spadino è l’unico amico di Aureliano ed è l’unico che più o meno, con le dovute differenze, condivide la sua visione del mondo. Aureliano è anche carnale nei confronti di Spadino, ci tiene a lui, se il secondo lo abbraccia lui non si tira indietro, canta e si diverte e altre coseche chi ha visto la serie sa. E quando le cose tra i due precipitano, lui potrebbe andare a cercarlo e ucciderlo subito, ucciderebbe per molto meno (e chi ricorda il film sa di cosa sto parlando) ma no, non lo fa fuori.

Ora, questo può significare tutto o niente, però penso che in un’eventuale seconda stagione ci siano i presupposti per creare qualcosa di nuovo e rivoluzionario, tutto sta alla piega narrativa che si deciderà di prendere – e anche un po’ al coraggio degli autori, che hanno iniziato a perseguire una strada, quella della rappresentazione LGBT nelle serie di genere, in una maniera eccelsa, e che potrebbero continuare. Non sono il tipo di persona che in una serie si fossilizza sulle relazioni romantiche o sessuali dei personaggi, ho sempre preferito vedere le cose nel complesso, finché la serie è scritta e girata così come ci ha abituati dalla prima puntata, del rapporto tra Spadino e Aureliano posso tranquillamente farne a meno.

Ma ricordiamoci, però, che questi personaggi potrebbero esistere, o forse esistono già – e non parlo del ragazzo che si innamora di un amico, ma di una fluidità sessuale e romantica che esiste nelle persone “normali” e non c’è motivo per cui non possa esistere in un criminale. I presupposti ci sono e queste persone esistono. Rappresentatele. 

mercoledì, giugno 15, 2016

I 10 eventi facebook su Gomorra più divertenti


Se nell'attesa per la terza stagione non sapete come ingannare il tempo, ecco qualche consiglio.

Idee per gli acquisti, direttamente dai migliori negozi di Secondigliano:
Cose da fare il sabato sera:
Consigli per le vacanze:
Attività culturali e di intrattenimento:

domenica, settembre 27, 2015

3 serie tv che probabilmente non state guardando ma che dovete assolutamente recuperare


Eccomi con un post diverso dal solito, non una recensione vera e propria ma una classifica e non sul cinema ma sulla televisione. Visto che è stato un anno un po' fiacco per le serie tv americane (o almeno io non ho trovato quasi nulla che mi coinvolgesse), ho pensato di consigliarvi tre serie tv partite l'anno scorso, e quindi ora alla loro seconda stagione, che non hanno ricevuto il giusto merito e che non potete assolutamente perdervi. 

1. You're The Worst 
You're The Worst va in onda in America su FX, rete "sorella" di Fox che negli ultimi anni si è distinta per aver prodotto comedy non esattamente convenzionali (ma ciò non significa che non siano belle, tutt'altro). I protagonisti sono Gretchen e Jimmy, che non riescono ad avere relazioni serie perché beh, sono due disastri su tutti i fronti. Sono tossici per chiunque gli stia intorno, distruttivi, senza un briciolo di amor proprio: ed è proprio per questo che insieme funzionano, decidono di provarci, a stare insieme, e invece di migliorarsi a vicenda il risultato è un disastro al quadrato. Sono i tipici personaggi egoisti e cinici che nella realtà vorresti schiaffeggiare, però sullo schermo vorresti essere loro perché sì, sono delle persone orribili, ma si divertono da matti. You're The Worst è divertente in una maniera insolita per le comedy, forse è più vicina ad un film indie ma senza mai scadere nella pretenziosità che spesso li caratterizza. Non ha l'ironia di un Parks & Recreation o il nonsense brillante di un Arrested Development ma riesce ad essere acuta e intelligente in un modo tutto suo. Una piccola perla che è partita senza pretese ma di cui non si può fare a meno. 


2. From Dusk Till Dawn: The Series
From Dusk Till Dawn è una serie tv prodotta e talvolta girata da Robert Rodriguez (che va in onda sulla su El Rey, emittente americana via cavo di sua proprietà che trasmette programmi destinati ad un pubblico latinoamericano), tratta da un suo film del 1996 dallo stesso titolo sceneggiato da Quentin Tarantino. Già da qui capite che siamo davanti a un mezzo capolavoro.
La trama è pressappoco quella del film, che si esaurisce con la prima stagione e prende una direzione tutta sua con l'inizio della seconda: protagonisti sono i fratelli Gecko, Seth e Richard, due rapinatori ricercati che per portare a termine un colpo devono oltrepassare la frontiera e raggiungere un bar in Messico. A questo scopo si ritrovano a prendere come ostaggi i componenti della famiglia Fuller: Jacob, un pastore vedovo, e i suoi figli Scott e Kate. Per mezzo c'è violenza à gogo, vampiri e tanto sangue. E c'è Santanico Pandemonium, che più gnocca di così non si può. From Dusk Till Dawn È UNA FIGATA, non saprei in che altro modo metterla: è scritta e girata da Dio, la fotografia è spettacolare (è tutto giallissimo) e il cast ci sta perfettamente, la chimica tra tutti gli attori è qualcosa di incredibile. Non capisco come mai non sia nell'olimpo delle serie tv, perché è davvero impeccabile - a volte un po' confusionaria, altre volte un po' lenta, ma comunque impeccabile. Se il filone grindhouse esiste ancora, riveduto e corretto, allora sicuramente From Dusk Till Dawn ne è un degno erede. 

3. Jane The Virgin
Jane The Virgin è probabilmente il più conosciuto tra i tre, in quanto va in onda sulla CW (no, non alzate gli occhi al cielo, non è come sembra) che è una rete principale e la protagonista, Gina Rodriguez, ha anche vinto un Golden Globe, ed è quella che si potrebbe tranquillamente definire una serie teen (di nuovo, via le facce schifate, non è come sembra). La Jane del titolo è una ragazza latinoamericana ventenne che cerca di sfondare nel campo della scrittura e a cui fin da piccola è stata inculcata l'idea del preservare la verginità fino al matrimonio, perché è ciò che Dio vuole e bla bla bla (da qui il The Virgin del titolo). Un bel giorno va a fare una visita ginecologica e la dottoressa, che non è nel suo momento migliore, la ingravida per sbaglio con lo sperma che avrebbe dovuto somministrare a un'altra paziente. E visto che la situazione non era già abbastanza assurda, il padre si rivela essere un uomo che Jane aveva già frequentato cinque anni prima.Ora, lo so. Lo so che vi state chiedendo cosa diamine abbiate appena letto e perché mai dovrei consigliarvi una cosa così assurda e piena di cliché adolescenziali fino al midollo. Ma la verità è che Jane The Virgin è una delle dramedy migliori al momento e forse una delle serie teen più belle mai prodotte, perché oltre ad essere letteralmente adorabile è anche divertentissima, più divertente delle comedy trite e ritrite che continuano a rifilarci da qualche anno a questa parte. I cliché delle serie teen, come ho già detto, ci sono tutti: il triangolo amoroso, la stronza che rende la vita della protagonista impossibile, la situazione familiare difficile, plot twist che rasentano l'assurdo, ma tutto ciò è stravolto e reinterpretato e arriva al pubblico come una ventata di aria fresca in un panorama di serie teen e quindi leggere, senza pretese, che sono tutte piatte allo stesso modo. Jane The Virgin ha tutto ciò che ci si aspetta da una telenovela (infatti è il remake di una telenovela venezuelana) ma che porta tutti gli elementi che la caratterizzano ad un livello superiore, risultando una consapevole parodia del genere. E poi, lo so che l'ho già detto, ma è adorabile. Provare per credere.

martedì, giugno 23, 2015

Cos'è successo a Orange Is The New Black?


Ecco, mi piacerebbe poter dare una risposta a questa domanda, vorrei capire perché e come una serie che in due anni si è distinta per originalità e brillantezza nei contenuti sia riuscita ad appiattirsi in tal modo. Sia chiaro, la terza stagione di OITNB non è brutta: tra Neflix che è una garanzia e il cast che ormai conosciamo e che dà sempre il meglio sarebbe stato impossibile. Solo che non è neanche bella, bella come le due precedenti dove ogni episodio tirava l'altro e tra una risata e l'altra ti legavi alle protagoniste e facevi tuoi i loro problemi. Andiamo a vedere nel dettaglio, personaggio per personaggio e storyline per storyline, ciò che ho pensato di questi 13 episodi:




Piper/Stella: la nostra non-più-protagonista in questa stagione raggiunge i vertici dell'insopportabilità, per poi riscattarsi (si fa per dire) solo negli ultimi venti minuti della serie. È completamente impazzita, un momento vuole una cosa e quella dopo ne vuole un'altra, tutto ciò che fa non ha il minimo senso. Che Piper fosse egoista l'avevamo già capito ma qui non si tratta di egoismo, ma di pura e semplice scrittura debole. Il suo business delle mutande, poi, era un qualcosa che potevano decisamente risparmiarsi.
Ruby Rose è gnocca sì, ma Stella è il personaggio più insulso di tutto lo show e mi chiedo se davvero non potevano farne a meno.

Alex: la mia amata Vause è stato il personaggio più penalizzato in assoluto, ridotto a terzo elemento di un triangolo di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza. La sua storyline non è stata sfruttata bene come sarebbe potuta essere, ma ciò non toglie che Alex sia stata uno dei pochi personaggi a Litchfield a non aver perso la ragione.

Daya/Aleida/Bennet: la storyline della gravidanza di Daya e della sua relazione con Bennet è stata la cosa più ridicola dell'intera stagione. Prima vuole il bambino, poi non lo vuole più, sua madre si mette in mezzo e non si capisce nulla, sembra di star guardando una telenovela argentina. Sappiamo che Daya non ha avuto la più rosea delle infanzie e che così sarà anche per il suo bambino, e sappiamo anche che Aleida è una pessima madre, adesso però possiamo andare oltre?
Ciò che mi ha fatto più innervosire è stata però l'immotivata dipartita di Bennet, completamente campata in aria. Non so se Matt McGorry avesse altri progetti e abbia dovuto accantonare la serie, non lo so e non mi interessa. Farlo scappare come un codardo è stata una scelta assurda e completamente out of character, che ha demolito senza alcun motivo il rapporto che si era creato tra Daya e Bennet, probabilmente l'unica relazione più o meno sana dell'intero telefilm.

Red/Healy: Red è la mia unica gioia perché è rimasta stabile come nelle due stagioni precedenti: è rimasta Red. Seppur priva di un vero nemico verso cui sfogarsi, il livello rimane sempre alto e ho trovato deliziosa (al contrario di molti) l'amicizia con Healy, sono contenta che entrambi abbiano qualcuno con cui parlare e che li possa capire. Riguardo a Healy, non sono ancora riuscita ad inquadrarlo: appena mi convinco che sia una brava persona fa qualche cazzata che mi fa ricredere, ma comunque non mi dispiace vederlo sullo schermo.

Pennsatucky/Big Boo: la sorpresa più bella di questa stagione è stata senza dubbio l'amicizia inaspettata tra Tiffany e Boo, che decidono di fare squadra superate le avversità delle stagioni precedenti. Boo finalmente esce dallo status di personaggio secondario ed è fantastica, mentre Tiffany si riconferma uno dei miei personaggi preferiti (sì, l'amavo anche quando era matta). Ho trovato un po' di cattivo gusto la scelta di inserire una violenza sessuale nel passato di Tiffany, mi ha dato l'impressione di essere motivata dal voler farla piacere al pubblico a tutti i costi, e sappiamo bene che OITNB sa fare meglio di così per farci amare un personaggio. Parlando della guardia (di cui non mi sono neanche disturbata ad imparare il nome), sono rimasta molto delusa dalla svolta improvvisa del personaggio. Lui e Tiffany avevano potenziale, ma sembra quasi che gli scrittori non siano capaci di scrivere un uomo senza trasformarlo in un codardo, un maniaco sessuale o una lagna umana (o tutti e tre nel peggiore dei casi).

Sophia e la famiglia ispanica: arriviamo ora a questa storyline che ha davvero dell'assurdo. Per due stagioni tutte hanno amato Sophia, è tutto filato liscio come l'olio... e ora provate a rifilarmi l'emarginazione e le violenze dovute alla sua transessualità? E tra le tante la sua carnefice è proprio Gloria? No, mi dispiace ma questa non mi è scesa. Si vede che non sono riusciti a costruire proprio niente di meglio ed è davvero un peccato. Per il resto Flaca è stata passabile, Maritza molto sottotono.

Caputo e il carcere: a me Caputo piace. È un buon uomo, uno che ci tiene e che fa tutto ciò che è in suo potere per migliorare le vite delle detenute. Ma era davvero necessario propinarci tutta la storia di come ha salvato Litchfield e poi se n'è pentito, dei suoi rapporti con Danny, delle vite di tutte le guardie? Non stiamo mica guardando House Of Cards. Se non considerassi il saltare le scene una cosa moralmente sbagliata avrei visto circa 1/4 del suo screentime totale.

Norma/Leanne/Soso: un'altra storyline che sfiora il ridicolo e assolutamente non necessaria. Norma odiosa come poche, Leanne dal passato particolare ma che comunque non la riscatta, Soso invece ha finalmente trovato un suo posto nella serie e sono contenta. Non sono mai stata una sua fan ma negli ultimi episodi mi è piaciuta.

La famiglia afroamericana: loro sono le vere stelle di questa serie per quanto mi riguarda. Poussey e Taystee finalmente (e anche un po' tristemente) distaccate che si ritagliano uno spazio vero e proprio: la prima molto sottotono rispetto alla stagione precedente ma comunque nel personaggio, la seconda che funge da collante, da mamma per tutte le altre ragazze del gruppo. Suzanne magnifica con il suo romanzo e con prima il rifiuto e poi l'accettazione della dipartita di Vee (l'attrice è immesa), mentre per Black Cindy ho scoperto un amore che non avrei mai pensato di provare.

I grandi assenti: un'altra cosa che ha fortemente penalizzato questa stagione è stata l'assenza di personaggi cardine nelle due precedenti e che personalmente io adoravo; Nicky viene portata in massima sicurezza nelle prime puntate e fa perdere molto a tutto il resto della stagione. La sua storyline non è stata delle peggiori e in un altro contesto l'avrei apprezzata, però non mi è piaciuto come hanno preso il rapporto tra lei e l'elettricista e rigirato la frittata (di nuovo). È facilmente deducibile che la prerogativa di questa stagione sia stata quella di distruggere i rapporti tra le detenute e gli uomini senza apparente motivo, evidentemente qualcuno nella writers' room si era alzato con la luna storta quel giorno; un'altra mancanza che si è fatta sentire prepotentemente è stata quella di Pornstache, irriconoscibile in un'unica scena durata pochi minuti. È una persona terribile ma era scritto in maniera impeccabile ed era la nota comica dello show, come si fa a non adorarlo?; la mancanza di Larry non è spiegata (o forse sono io che non la ricordo), era un personaggio abbastanza scialbo ma preferivo quando c'era: almeno Piper non sarebbe stata completamente allo sbando.

Una stagione altalenante, quindi, che è riuscita a tenere fede a ciò che aveva messo sul piatto nella stagione precedente in alcuni punti ma che ha fallito in altri. È innegabile che non abbia portato nulla di nuovo a ciò che già c'era ed è deludente se si tiene conto del livello a cui la serie ci ha abituati. Spero che la quarta serie (se ci sarà) non segni il declino inesorabile dello show, come è successo in altri casi: se devono farla per dare il colpo di grazia e rovinare definitivamente i personaggi, preferisco che la chiudano qui e mi lascino col bel ricordo di una serie che ha rivoluzionato la tv americana degli ultimi anni (anche se non tutte le ciambelle escono col buco).

lunedì, giugno 01, 2015

Mr. Robot è una bomba ed è pronto ad esplodere


Quando si tratta di storie, che siano esse film, telefilm, libri o fumetti, io ho due punti deboli: lo spionaggio e l'hacking. Datemi qualcosa che abbia a che fare con ciò e c'è il 99% di possibilità che lo adorerò. 


Mr. Robot è un telefilm, il primo che recensisco su questo blog, che parte su USA Network il 24 giugno ma il cui pilot è già stato diffuso online dal canale stesso e che cade nella seconda categoria, ovvero quella dell'hacking (anche se non escludo, anzi sono quasi certa che presto metteranno in pentola anche la parte spionistica). 

Protagonista è Elliot, interpretato dal bravissimo ma poco considerato Rami Malek, di giorno programmatore in un'azienda di sicurezza informatica e di notte una sorta di hacker vigilante, affetto da un disturbo dell'ansia e da depressione cronica. Si intuisce che Elliot stia lavorando a qualcosa, non si capisce esattamente cosa: da un lato viene avvicinato da una misteriosa multinazionale che lui crede responsabile di pressappoco ogni cosa che succede nel mondo, dall'altro viene reclutato dal leader di un gruppo di hacker anarchici che gli promette una rivoluzione. 
In generale una produzione ambiziosa per USA Network, che ci ha abituato a procedurali leggeri, carini per passare il tempo ma non esattamente brillanti. La prima impressione è quella di trovarsi piuttosto di fronte a un prodotto di casa Nexflix, anche se la strada da fare è ancora tanta.

Leggendo altri commenti ho riscontrato che non è stata solo una mia impressione che ci fosse un certo citazionismo non proprio implicito a David Fincher, soprattutto visivamente, cosa che non posso non apprezzare. Le atmosfere ricordano inevitabilmente quelle della trilogia Millennium di Stieg Larsson (adattata cinematograficamente in una trilogia svedese e in un film proprio di Fincher) e le analogie tra Lisbeth Salander ed Elliot, entrambi vigilanti solitari, non potrebbero essere più chiare; a qualcuno in giro per l'internet ha ricordato anche Fight Club e, pensandoci, qualche elemento del libro cult di Palahniuk portato poi al cinema da Fincher c'è. 

Elliot si presenta da subito come un soggetto particolare, fin dall'inizio dove dichiara di "non poter credere di star parlando da solo": il suo disturbo dell'ansia non è sottinteso come spesso capita in questo genere di storie ma è esplicitato dal personaggio stesso (in quanto voce narrante) e non è affatto ingombrante pur essendo un tratto delinenante, anzi è interessante e caratterizzato molto bene anche grazie al linguaggio corporeo di Malek. 
Il tutto ha un'accezione vagamente fumettistica, a partire dal nome dello show (che, lasciatemelo dire, è un po' brutto) al nome della società contro la quale Elliot combatte, la Evil Corp (un gruppo di cattivoni chiamati Evil, davvero? Non siete proprio riusciti a pensare a niente di meglio?).  

Se siete fan del genere Mr. Robot è, in due parole, una figata pazzesca. È partito alla grande e può continuare su questa strada, sviluppando una trama orizzontale epica, oppure possono riempire quest'ora settimanale di storyline pompose e confusionarie e farlo scadere nella cagata colossale: ce lo dirà solo il tempo. Intanto il pilot mi ha entusiasmata come pochi ultimamente, speriamo che non lo cancellino subito... d'altronde nessun telefilm dura se Christian Slater è nel cast.

Edit: sono stata informata che il regista di Mr. Robot è Niels Arden Oplev, lo stesso del primo capitolo svedese della trilogia Millenium. Direi che spiega molte cose. 

Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti...
  • la trilogia Millennium di Stieg Larsson, trasposta in tre film svedesi con Noomi Rapace nel 2009 e in un remake americano dal titolo The Girl With The Dragon Tattoo (David Fincher, 2011) con Daniel Craig e Rooney Mara;
  • Fight Club (1999) e The Social Network (2010) di David Fincher;
  • The Fifth Estate (2013, Bill Condon), film sulla vita di Julian Assange;
  • Person Of Interest (2011), telefilm distopico e spionistico;
  • Halt And Catch Fire (2014), telefilm che tratta temi d'informatica;
  • Arrow (2012) e Gotham (2014), telefilm dell'universo DC Comics.