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mercoledì, ottobre 18, 2017

Suburra: Spadino, Aureliano e la rappresentazione LGBT


Suburra – La serie, presquel dell’omonimo film, è uscita da qualche settimana e praticamente mezzo popolo italiano l’ha binge-watchata (passatemi l’inglesismo), e già questa è una grande vittoria per la nostra serialità: dopo Romanzo Criminale e Gomorra, alle quali ogni serie verrà sempre e inevitabilmente paragonata, siamo stati capaci di creare un’altra serie di genere con un certo impatto mediatico e popolare, ma soprattutto di qualità – per trama, recitazione, regia, sceneggiatura, tutto.

Adesso non voglio perdermi in lusinghe inutili, perché se dovessimo approfondire Suburra ha sicuramente la sua dose di difetti, ma anche perché non è questo l’argomento del post.
Ciò che Suburra ha e che le altre serie italiane (ma anche internazionali, a dire il vero) non hanno è la presenza di Spadino, un personaggio dichiaratamente gay – per il pubblico più che per i personaggi della serie, dove tutti lo sanno ma nessuno ne parla – in un ambiente telefilmico e cinematografico dove i personaggi LGBT vengono rappresentati marginalmente e come “macchiette” oppure non vengono rappresentati affatto, ovvero quello della criminalità organizzata. Ritornando al paragone con Gomorra, ho un vago ricordo di un ragazzino transgender che viene freddato entro la fine della puntata; c’è anche la fidanzata del boss Salvatore Conte, donna transessuale che ricordiamo per l’iconica scena che qualsiasi abitante dell’entroterra napoletano continua a imitarecompulsivamente dopo due anni dalla sua messa in onda (ve lo giuro). Il primo un espediente narrativo che, appunto, si esaurisce nel giro di una puntata; il secondo un personaggio dalle nobili intenzioni narrative, cioè il desiderio di condurre una vita di coppia normale, ma che ha avuto l’impatto opposto nell’immaginario collettivo popolare – po po po po.
In Romanzo Criminale c’era Ranocchia, un personaggio molto marginale, né particolarmente positivo né particolarmente negativo, dagli atteggiamenti effemminati che i membri della banda spesso e volentieri prendevano in giro.

Spadino si inserisce in un ambiente inedito al pubblico italiano: il fratello minore del boss di uno dei clan criminali più potenti di Roma, forzato in un matrimonio combinato con una donna ma chiaramente innamorato di un suo partner-in-crime, il figlio del boss di un clan nemico – e qui le allegorie su Romeo e Giulietta si sprecherebbero, ma ricordiamoci che questo è un blog di recensioni serie. Più o meno.
Spadino vive questa sua sessualità tutt’altro che con tranquillità e spensieratezza, ma ciò non impedisce al personaggio di crescere, evolversi e agire in altri ambiti. Insomma, la serie è così piena di sottotrame che di Spadino innamorato di Aureliano, mentre guardiamo la serie, non ce ne può fregar di meno. Viene tutto mostrato, nulla viene lasciato all’interpretazione personale (come fanno molte serie americane e inglesi, fin troppe a mio avviso), ma ciò non è assolutamente centrale e rilevante ai fini della trama principale. Ed è normale che sia così, perché il fulcro di Spadino, così come degli altri personaggi, è che è un criminale, non un omosessuale, e soprattutto non una “macchietta” – se a Spadino gli urli frocio per strada, come minimo ti sgozza con il suo coltello.

E adesso passiamo all’altro lato della medaglia. Aureliano nella serie ha amato una donna (e un’altra ancora nel film, ammesso e concesso che la serie decida di essergli fedele) e non ricambia i sentimenti di Spadino, quindi tutto ci fa presupporre che sia eterosessuale. Aureliano è il figlio di un boss quando inizia la serie, nel film invece lo vediamo già a capo del clan di famiglia, e a mio avviso, in entrambe le opere, è caratterizzato come il personaggio più violento tra tutti. Nella serie, Spadino è l’unico amico di Aureliano ed è l’unico che più o meno, con le dovute differenze, condivide la sua visione del mondo. Aureliano è anche carnale nei confronti di Spadino, ci tiene a lui, se il secondo lo abbraccia lui non si tira indietro, canta e si diverte e altre coseche chi ha visto la serie sa. E quando le cose tra i due precipitano, lui potrebbe andare a cercarlo e ucciderlo subito, ucciderebbe per molto meno (e chi ricorda il film sa di cosa sto parlando) ma no, non lo fa fuori.

Ora, questo può significare tutto o niente, però penso che in un’eventuale seconda stagione ci siano i presupposti per creare qualcosa di nuovo e rivoluzionario, tutto sta alla piega narrativa che si deciderà di prendere – e anche un po’ al coraggio degli autori, che hanno iniziato a perseguire una strada, quella della rappresentazione LGBT nelle serie di genere, in una maniera eccelsa, e che potrebbero continuare. Non sono il tipo di persona che in una serie si fossilizza sulle relazioni romantiche o sessuali dei personaggi, ho sempre preferito vedere le cose nel complesso, finché la serie è scritta e girata così come ci ha abituati dalla prima puntata, del rapporto tra Spadino e Aureliano posso tranquillamente farne a meno.

Ma ricordiamoci, però, che questi personaggi potrebbero esistere, o forse esistono già – e non parlo del ragazzo che si innamora di un amico, ma di una fluidità sessuale e romantica che esiste nelle persone “normali” e non c’è motivo per cui non possa esistere in un criminale. I presupposti ci sono e queste persone esistono. Rappresentatele. 

domenica, ottobre 18, 2015

Suburra, l'altra faccia (reale) della grande bellezza (Stefano Sollima, 2015)


Il modo migliore, secondo me, per arrivare alla testa e alla coscienza delle persone è attraverso i film. Le notizie sono troppo analitiche, troppo contorte e spesso finiscono per stancarci: mostrare direttamente i fatti, soprattutto se spiacevoli, sbatterli in faccia a chi guarda con cruda violenza fa sì che restino impressi nella mente e che diano da pensare. 

Questo è quello che Stefano Sollima fa da sempre. Romanzo Criminale era una versione più romanzata e senz'altro più piacevole della realtà, con dei protagonisti per i quali non potevi far a meno di tifare anche se era chiaro dal primo secondo che tipi di persone fossero; ACAB mischiava un po' le carte: dei celerini ci venivano mostrati i problemi e le situazioni familiari che tutti potevamo comprendere, erano persone reali e non i cattivi contro i quali ciecamente puntiamo il dito, ma nonostante ciò nulla li portava ad esserci simpatici e le loro azioni non risultavano in alcun modo condivisibili, tutta la meccanica di ciò che facevano era soltanto dettata dal sadismo; con Gomorra si ritorna a una realtà dove i personaggi ci piacciono, le loro storie ci coinvolgono ma non c'è più niente di romanzato e piacevole: la realtà è cruda e brutta e violenta e a pagarne le spese sono le persone semplici che la vivono addosso ogni giorno. 

Suburra ricalca la scia di quest'ultima, se da spettatori ci piace e ci coinvolge, da italiani è un pugno nello stomaco e ci fa male.
Suburra nasce inizialmente dalla penna di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo nel 2013 e, alla luce dei fatti che oggi tutti conosciamo, sembra essersi tramutato in una profezia. Tutto ciò che vediamo nel film è finzione ma è reale, accade dietro le quinte da anni e continua ad accadere, anche se prima non lo sapevamo con certezza e adesso ne conosciamo una minima parte. Facendo 2+2 non è difficile ricondurre i personaggi ai fatti realmente accaduti: c'è il politico corrotto, il criminale che come un burattinaio manovra tutta Roma, il clan degli zingari e persino il presidente che si dimette e il papa che abdica (con tanto di clero coinvolto negli affari loschi della criminalità romana). 
È stato intenzionale da parte di Sollima il rimuovere tutti i personaggi positivi presenti nel libro e di lasciare soltanto quelli negativi: non c'è empatia per loro, li disprezziamo perché li conosciamo e ce li troviamo in televisione e sui giornali ogni giorno, la narrazione è imparziale ma non c'è nulla di buono da mostrare. Giocano una guerra interna e nascosta dove è la gente comune a subirne le conseguenze. Ma questi personaggi sono anche uno dei tanti punti di forza del film grazie agli attori che li interpretano, Favino su tutti che è sempre una garanzia.
Lo stile di Sollima è sempre sporco, inevitabilmente date le storie che racconta, ma sempre ricercato, raffinato ed elegante anche nelle sequenze più scomode. Ogni inquadratura è una visione a sé stante, la fotografia è cupa per rendere le atmosfere altrettanto cupe della storia ma talvolta è bucata da luci e colori brillanti, la colonna sonora è impeccabile come lo era già in Romanzo Criminale e Gomorra.

Roma è nera, sporca e decadente, spogliata di tutto il suo fascino ma più reale che mai. Niente intellettualismo, poesia, uomini di mezza età alla ricerca del senso della vita: La Grande Bellezza non è più così grande e neanche così bella.