martedì, maggio 12, 2015

Il Nome Del Figlio - Francesca Archibugi, 2015


Trama: Paolo Pontecorvo (Gassmann) e Simona (Ramazzotti) sono in attesa del loro primo figlio. Durante una cena a casa di Betta (Golino) e Sandro (Lo Cascio), rispettivamente sorella e cognato di Paolo, dov'è presente anche Claudio (Papaleo), amico sin dall'infanzia, a causa di uno scherzo di Paolo verranno a galla vecchi rancori e questioni irrisolte.
Cast: Alessandro Gassmann, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti.

Uno dei commenti più frequenti che mi capita di leggere su internet riguardo ai film italiani belli è "questa è una delle poche eccezioni, il nostro cinema è morto". Certo, non c'è più lo splendore di una volta, non ci sono più Fellini, De Sica, Visconti; non ci sono più Risi e tutti i maestri della commedia all'italiana, tutt'oggi inarrivabili; non ci sono più gli attori magnifici e poliedrici che non hanno fatto solo la nostra, di storia, ma quella del cinema in generale.
Io sono dell'opinione che il nostro cinema non sia mai morto. Ammosciato, forse, ma sicuramente non morto: film di grande introspezione e commedie che si prendono gioco di ogni cosa esistono ancora per chi le sa cercare e apprezzare.

Tutto ciò per introdurvi al film di cui tratterò stavolta, Il Nome Del Figlio, che è classificato come commedia ma che chiamare tale sarebbe riduttivo; lungi, tuttavia, dall'essere un film drammatico, si trova da qualche parte nel mezzo.
Il soggetto è tratto da una pièce teatrale, precedentemente adattata cinematograficamente in Francia con il nome di Le Prènom (in italiano Cena Tra Amici), film che io ho amato dall'inizio alla fine e a cui associo dei bei ricordi, oltre ad essere una delle commedie più divertenti che io abbia visto. Potete quindi immaginare che le mie aspettative per questo remake italiano erano alle stelle, soprattutto dopo essere venuta a conoscenza del cast che, a parer mio, riunisce cinque dei più bravi attori che abbiamo e che io personalmente adoro.

Vi dirò che non è stato esattamente ciò che credevo: nonostante le tantissime somiglianze con la versione francese (la trama non cambia di una virgola e alcune battute sono prese pari passo), i due film nell'essenza sono infinitamente diversi, essendo ovviamente specchio di due società diverse. Le Prènom è una commedia a tutti gli effetti, tipicamente francese, dove una serie di equivoci innescano delle situazioni a dir poco esilaranti. Il Nome Del Figlio, invece, dà vita alla una versione molto più elegante della stessa storia, creando un film uguale ma completamente nuovo: si dà più spazio ai rapporti tra i personaggi, parte della stessa società che criticano, ed è tutto velato da una nostalgia che ricorre dalla prima scena all'ultima, grazie ai flashback che ci mostrano i protagonisti in età adolescenziale e ci aiutano a comprendere perché si comportano in quella maniera (quasi un parallelismo dell'elicottero telecomandato che è in giro per tutta la durata del film e ci offre delle inquadrature alternative, guidato dai bambini) . I personaggi si muovono in uno degli appartamenti più belli che io abbia visto in un film, pieno di citazioni a partire dalle decine di libri sparsi dappertutto ai poster di Frida Kahlo, Star Wars e Marie Antoinette di Sofia Coppola appesi ai muri. Qui tutte le tensioni irrisolte e accumulatesi nel corso degli anni cominciano a sciogliersi con non pochi drammi e con qualche risata occasionale, per convergere in un lieto fine che se non ci fosse stato non avrebbe reso possibile la categorizzazione di questo film come commedia.

Avendo visto e amato la versione francese non posso dire che il cast sia perfettamente azzeccato, ma funziona. Il personaggio di Valeria Golino è più una casalinga nevrotica che un'insegnante, lei si ritrova succube della bravura degli altri attori e quando sembra stia ingranando, il film è quasi alla fine. Alessandro Gassmann si riconferma bravissimo e uno dei miei attori preferiti in assoluto (oserei dire un Mostro, proprio come suo padre), il film è praticamente suo e il suo personaggio è quello che mi è piaciuto di più, miglior amico e miglior nemico del personaggio di Luigi Lo Cascio, un altro attore italiano che apprezzo tantissimo e che qui porta in scena lo stereotipo (ma neanche tanto) dell'intellettuale di sinistra che predica bene e razzola male. Tra l'altro, i due hanno una chimica incredibile e le loro interazioni sono deliziose (vi invito ad osservarli anche quando la scena non è incentrata su di loro e interagiscono sullo sfondo). Bravo come al solito anche Rocco Papaleo, ma la vera perla di questo film è Micaela Ramazzotti, svampita e un po' burina, che rappresenta il punto di vista "esterno": non è acculturata, non è ricca di famiglia ed è decisamente il personaggio più genuino tra tutti.


Un po' merito dell'appartamento, un po' merito della sceneggiatura decisamente sopra le righe, un po' merito della bravura degli attori, per tutta la sua durata non sembra di star guardando un film ma un vero e proprio spettacolo teatrale - cosa che può piacere o meno ma che io ho adorato, così come ho adorato il film. Non bisogna essere a tutti i costi originali, osare nelle provocazioni o avere un budget stellare. A volte basta davvero poco: delle belle ambientazioni, un buon testo da cui partire, una regia pulita e incalzante e un cast che sa il fatto suo.
Vi lascio qui una delle scene più belle del film:



Nota: a tutte le persone che hanno detto "sì ma è una copia!!!1 Noi italiani siamo buoni solo a copiare!1!!1": siete scemi. Non so come altro metterla, davvero.

Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 

  • chiaramente Cena Tra Amici (Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, 2012), di cui questo film è remake; 
  • I Nostri Ragazzi (Ivano De Matteo, 2014) per la serie "borghesi italiani con problemi" e l'accoppiata Gassmann-Lo Cascio; 
  • Il Capitale Umano (Paolo Virzì, 2014) sempre per la stessa serie; 
  • 18 Anni Dopo (Edoardo Leo, 2010), a metà tra drammatico e commedia. 

venerdì, aprile 24, 2015

Santa Maradona - Marco Ponti, 2001


Trama: Andrea (Stefano Accorsi), laureato in lettere, 27 anni, è l'emblema di una generazione ricca di insicurezze che passa da un colloquio di lavoro all'altro con scarsi successi; vive in affitto in un appartamento con il suo amico Bart (Libero De Rienzo), con il quale condivide la monotonia di tutti i giorni fin quando Dolores (Anita Caprioli), giovane attrice di teatro e maestra, irrompe nella sua vita. Tra i due nasce una storia d'amore che metterà in crisi Andrea. I suoi amici, Bart e Lucia (Mandala Tayde), convinceranno il protagonista che, volendo, si può fare qualcosa per migliorare le cose che non piacciono. (presa da Wikipedia)


Quello con cui abbiamo a che fare stavolta è uno dei film più citabili in assoluto, da "L'amore è una scorreggia nel cuore" a "Quell'essere mitologico? Quello col corpo d'uomo e la testa di cazzo?" passando per "Io sono andato in Polonia con una Panda senza rompere i coglioni a nessuno". Tutte frasi dette dal personaggio di Libero De Rienzo, attore che io adoro e che in questo film rasenta la perfezione; lui e il personaggio interpretato da Stefano Accorsi sono, detto senza troppi giri di parole, due falliti, a cui non importa di nulla e che vivono al giorno, che tentano di riscattare le loro vite senza tanto successo ma in realtà di riuscirci non gli interessa poi così tanto.


Non esagero se dico che questo è uno dei film più divertenti che io abbia mai visto e se state continuando a leggere in attesa della parte dove vi dico cosa non mi è piaciuto di questo film allora potete pure andarvene. È fresco anche se risale a quasi quindici anni fa, è a tratti geniale e tutti e quattro i personaggi sono delineati chiaramente. È anche una delle rare volte in cui in un film i protagonisti sono sì due amici maschi, ma viene comunque ritagliato uno spazio per un personaggio femminile loro coetaneo che non ha il ruolo di interesse amoroso né è una macchietta, ma loro pari in tutto e per tutto ("Io una volta mi sono masturbata con un Magnum Double").


Una cosa brutta, in effetti, c'è: le orribili transizioni da una scena all'altra che sembrano fatte con Movie Maker. Però se vogliamo fare gli intellettuali possiamo dire che conferiscono un certo carattere al film... insomma, gliele perdoniamo. Non riesco a pensare a un solo motivo per cui non dovreste vedere questo film: io credo di aver appena trovato il film della mia vita e da oggi in poi infilerò una citazione di Bart in ogni discorso.




Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 

  • Song E Napule (Manetti Bros, 2013); 
  • Noi E La Giulia (Edoardo Leo, 2015); 
  • Smetto Quando Voglio (Sydney Sibilia, 2014).

Film flash #1 - film italiani che ho visto recentemente


Passione Sinistra (Marco Ponti, 2013): Neanche Vinicio Marchioni e Alessandro Preziosi, raggianti e bravi come sempre, riescono a salvare una commedia intrisa di stereotipi pessimi (la bionda stupida oltre ogni limite, l'estremista di sinistra sfasciapalle, quello di destra stronzo e coi soldi) e, a parte i due sopracitati, con un cast a dir poco mediocre. Però oh, sarà che il mio senso dell'umorismo è terribile, ma ogni tanto ho riso.



Primo Amore (Matteo Garrone, 2004): Garrone sembra essere specializzato nel raccontare le ossessioni: in Reality l'ossessione per la fama, ne L'Imbalsamatore l'ossessione per un ragazzo di bell'aspetto, qui l'ossessione per l'anoressia. Tutti i suoi film che ho visto sono stranissimi, ed è proprio per questo che lo adoro. Se vivete d'ansia come me ve lo consiglio (insieme agli altri due che ho citato).



Più Buio Di Mezzanotte (Sebastiano Riso, 2014): film d'esordio e occasione vergognosamente sprecata: data la buona regia, il bravo protagonista e l'idea poco sfruttata nel cinema italiano (quella della gioventù lgbt), poteva diventare un cult. E invece si perde a causa di una trama pressappoco inesistente e personaggi piattissimi. Inoltre è davvero troppo triste per i miei gusti.



I Più Grandi Di Tutti (Carlo Virzì, 2012): questo film è una Figata Assurda e non capisco perché non sia un cult del nostro cinema contemporaneo. Non brilla per originalità, certo, ma quale film lo fa oggigiorno? Non c'è un solo personaggio che sia veramente antipatico, c'è l'amore per la musica (e una canzone spettacolarmente trash) ed è sia divertente che commovente. E poi c'è Alessandro Roja nella parte di uno sfigato pazzesco, se ciò non vi convince non so davvero cos'altro può farlo.



Giulia Non Esce La Sera (Giuseppe Piccioni, 2009): questo è un film di quelli drammatici veri, storie d'amore che nascono dove non dovrebbero, crimini vari, tristezza random, morte, niente azione, e di conseguenza avrebbe dovuto annoiarmi a morte. E invece no, l'ho trovato molto bello, a partire dai due protagonisti (Valerio Mastrandrea e Valeria Golino). Menzione speciale alla soundtrack che è dei Baustelle e quindi merita.



Tatanka (Giuseppe Gagliardi, 2011): un film su un pugile di cui non mi poteva interessare di meno sarebbe stato decisamente l'ultima delle cose che avrei pensato di vedere, ma ci sono state tre cose che mi hanno spinto a dargli una possibilità: 1. la curiosità di vedere qualcos'altro del regista che è nel team creativo della serie 1992; 2. la fiducia negli adattamenti da Saviano, che in genere sono belli; 3. le riprese che sono state in parte girate dove abito e in luoghi che visito spesso; facciamo pure 4., cioè che Carmine Recano è di una gnoccaggine al di fuori di questo mondo. Devo dire che non sono rimasta delusa, il film è interessante, gli attori bravi e la regia promossa. L'unica cosa che io personalmente ho apprezzato tantissimo ma che per altri può essere fastidiosa è che il 95% del film è in dialetto napoletano/casertano quindi, se non siete pratici, senza sottotitoli non capireste assolutamente nulla.



venerdì, aprile 17, 2015

Il Sale Della Terra - Wim Wenders, 2014


Trama: documentario sulla vita e sul lavoro del fotografo brasiliano Sebastiao Salgado.

Il Sale Della Terra è un film documentario di Wim Wenders, che non ha bisogno di introduzioni, aiutato alla regia da Juliano Ribeiro Salgado. Se il cognome non vi dice nulla non temete, vi do una mano io: Juliano è il figlio di Sebastiao Salgado,  fotografo sulla quale vita e sul quale meraviglioso lavoro è incentrato questo film. Sebastiao è presente nel film insieme al figlio sopracitato, alla moglie, inseparabile compagna di vita, e a suo padre: con i loro racconti ci danno un retroscena sulla vita del fotografo, permettendoci di comprendere tutto ciò che si nasconde dietro i suoi scatti. Sono proprio questi ultimi che scorrono in successione durante il film e si fermano davanti ai nostri occhi anche per più di 10 secondi, in modo da farci cogliere non solo il punctum ma ogni dettaglio crudo e lacerante della fotografia, mentre le voci dell'autore e dei familiari ci accompagnano spiegandoci il contesto.

Il titolo fa riferimento al soggetto della maggior parte delle raccolte fotografiche di Salgado: l'essere umano, che come ci spiega la voce di Wenders all'inizio è il sale della vita. La carriera di Salgado si è concentrata specialmente sull'uomo, sulla sua vita difficile, sui sacrifici che deve compiere per andare avanti, perché gli uomini, le donne e i bambini che egli fotografa non conducono una vita agiata ma vivono nella povertà, nella malattia, lavorano duramente, stanno morendo o sono già morti; due delle sue raccolte fotografiche più famose sono Other Americas, spaccato di vita dell'America Latina, e Workers, incentrato sui lavoratori nei settori di base della produzione. A colpirmi particolarmente sono le fotografie scattate in Etiopia negli anni 80, immagini di morte e rassegnazione, tanto crude quanto vere. Dopo aver ripiantato completamente l'oasi della sua casa d'infanzia con piante provenienti da tutto il mondo, Salgado ha ultimamente spostato la sua attenzione fotografiche sulle meraviglie della natura, pubblicando la raccolta Genesis.

Sul piano tecnico non c'è molto da commentare in quanto le riprese apposite per il film si alternano agli scatti fotografici, come se ci trovassimo a una mostra. Le fotografie sono rigorosamente in bianco e nero, con un forte contrasto tra luci e ombre e spesso in controluce. Per me questo documentario è promosso a pieni voti, ma io sono di parte: adoro Salgado, è un grande fotografo e un grande uomo con una grandissima vita alle spalle, sempre impegnato socialmente, da cui tutti potremmo e dovremmo imparare. Questo documentario è un viaggio non solo nella sua vita, ma anche per il mondo e dentro voi stessi perché è impossibile non sentirsi coinvolti dalle immagini che vedete scorrere. Se già conoscete Salgado non potete perdervi questo film, se non lo conoscete sarà per voi un'introduzione al suo spettacolare lavoro, del quale non riuscirete a dimenticarvi facilmente.

venerdì, aprile 10, 2015

Water Lilies (Naissance Des Pieuvres) - Céline Sciamma, 2007


Trama: Marie, Anne e Floriane passano l'estate alla piscina del loro quartiere, dove le loro strade si incrociano e si troveranno a relazionarsi con l'attrazione sessuale, l'amicizia e le pressioni dell'adolescenza.

Cast: Pauline Acquart, Louise Blachère, Adéle Haenel

Ho conosciuto Céline Sciamma qualche anno fa, se non ricordo male nel 2011, quando uscì il suo secondo lungometraggio, Tomboy. Nonostante fosse indubbiamente un bel film non mi rimase particolarmente impresso e mi dimenticai dell'esistenza della regista fino a quando, recentemente, mi sono imbattuta nuovamente nel suo nome e ho scoperto dell'esistenza di Water Lilies (titolo originale Naissance Des Pieuvres, "nascita delle piovre"). Ammetto di non essere una grande fan dei film che trattano l'omosessualità/bisessualità femminile perché tendono facilmente a scadere nel mélo, sono lenti, eccessivamente tristi e, almeno per me, noiosi.

Water Lilies mi ha però incuriosito perché innanzitutto le protagoniste sono quindicenni, poco più che bambine, e poi perché si sa che il cinema francese ha un'impronta diversa dal cinema anglofono, è più strano e più schietto, con tutti i pregi e i difetti che ne possono derivare. E anche perché la Sciamma mi aveva già dimostrato con Tomboy di sapere il fatto suo: è una che, a differenza di altri, sa di cosa sta parlando e sa dove vuole andare a parare. Il suo stile era delizioso in Tomboy e lo è anche qui, pulito, diretto, sempre attento ai minimi particolari e capace di narrare la sessualità senza alcuna malizia.

Lo spaccato di vita che Water Lilies ci offre è quello di tre quindicenni caratterialmente molto diverse: Anne è infantile per la sua età e si prende una cotta per François, un ragazzo al di fuori dalla sua portata; Floriane è la ragazza di François, bella e disinvolta, la cosiddetta queen bee dell'alveare, la bitch in charge, che lascia credere a tutti di avere una vita sessuale particolarmente attiva ma che in realtà è vergine; Marie, introversa e più matura delle sue coetanee, che si innamora di Floriane e cerca di starle il più vicino possibile.

Queste tre ragazze ci vengono presentate esattamente come sono, che è come potrebbero essere se esistessero davvero: nella realtà non è difficile trovare una Anne, una Floriane o una Marie, in quanto la scoperta della sessualità a quindici anni è cosa tutt'altro che insolita. In questo film la scoperta della sessualità femminile non viene romanticizzata, non vengono messi sul piatto valori morali o religiosi, non viene detto quale comportamento è giusto e quale è sbagliato, semplicemente viene rappresentata così come accade e così come tutte le donne l'hanno sperimentata. Niente magia, niente lieto fine, niente poesia: solo la cruda verità.

Se devo trovargli un difetto, direi che in generale l'ho trovato freddo, distaccato, anche per colpa della fotografia (dove i colori predominanti sono l'azzurro e il blu) e della recitazione, ma è risaputo che i francesi quando recitano si prendono troppo sul serio e finiscono per avere l'espressività di un cubetto di ghiaccio. È, in ogni caso, uno dei pochissimi film lgbt incentrato sulla sessualità femminile che mi è piaciuto e, credetemi, non è poco.


Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 
  • Tomboy (stessa regista, 2011); 
  • Turn Me On, Dammit! (Jannicke Systad Jacobsen, 2011); 
  • The Virgin Suicides (Sofia Coppola, 1999); 
  • Nymphomaniac Vol I & II (Lars Von Trier, 2013).


lunedì, marzo 30, 2015

God Help The Girl - Stuart Murdoch, 2014


Trama: Eve è ricoverata in un ospedale psichiatrico a causa della sua anoressia nervosa e il suo sfogo è la musica. A Glasgow, durante l'estate, incontra due ragazzi con cui trova delle affinità e insieme formano una band. 
Cast: Emily Browning, Olly Alexander, Hannah Murray, Pierre Boulanger

God Help The Girl è la prima esperienza da regista di Stuart Murdoch, frontman dei Belle And Sebastian che, se li conoscete, sapete essere la band hipster per eccellenza. Hipster è esattamente il termine che si addice a questo film: trasuda questa sottocultura da ogni fotogramma, è hipster in ogni minimo dettaglio, dai colori rigorosamente pastello alla musica scritta dalla stessa band di Murdoch e ai costumi favolosi che sembrano presi a caso da ogni decennio a partire dagli anni 60 fino a ora.

Il punto di forza sono senza dubbio i tre protagonisti, non tanto per la scrittura degli stessi ma perché interpretati da un trio di attori che stanno benne ovunque li si metta: Emily Browning è una visione, a mio parere una delle attrici più belle in assoluto, è di una grazia e una dolcezza che non sono di questo mondo e, oltre a essere un'attrice bravissima, è un angelo quando canta. La parte da hipster criticone ma timido e adorabile si cuce perfettamente addosso a Olly Alexander, mentre ad Hannah Murray vogliamo tutti bene a prescindere (e guarda il caso il suo personaggio in questo film si chiama proprio Cassie). I dialoghi tra i personaggi restano come sospesi in aria, sognanti, un po' alla Wes Anderson e, nonostante io non ascolti i Belle And Sebastian, la colonna sonora è incredibilmente carina e prevedo già una fissa (proprio mentre scrivo sto ascoltando The Psychiatrist Is In).

Questo film è adorabile, a patto che ci si approcci senza pretese. Di certo non è esente da difetti che, se lo si analizza con occhio più critico, arrivano addirittura a superare i pregi: che Murdoch sia per la prima volta dietro la macchina da presa si vede, i colori pastello non riescono a distrarre da inquadrature e montaggi che sembrano un po' fuori posto. I personaggi sono sì piacevoli e in sé lo è anche il film, ma alla fine risulta vuoto nell'essenza, è un'avventura ambientata nel corso di un'estate ed è fine a se stessa. Se vi aspettate grandi sviluppi di trama allora statene alla larga.

Statene alla larga anche e soprattutto se i musical non sono il vostro genere: potreste ritrovarvi nel vostro peggior incubo, dove le canzoni sono infilate un po' qui un po' lì a caso e a un certo punto del film cominciano a essere accompagnate da filmati che con la trama non c'entrano proprio niente. Infine, per un film che inizia presentandoci la protagonista in un ospedale psichiatrico in guarigione dall'anoressia, mi aspettavo una particolare attenzione nei confronti di questa malattia, cosa che non ho trovato.
Se io sono riuscita a guardare al di là di questi difetti e a passare un'ora e quarantacinque in compagnia di canzoni deliziose e personaggi adorabili potete farcela pure voi.


Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 

  • Inside Llewyn Davis (Ethan & Joel Coen, 2014); 
  • Across The Universe (Julie Taymor, 2007); 
  • Nowhere Boy (Sam Taylor-Wood, 2009); 
  • Submarine (Richard Ayoade, 2010); 
  • Les Chansons D'Amour (Christophe Honoré, 2007); 
  • tutta la filmografia di Wes Anderson;
  • My Mad Fat Diary (2013), telefilm. 

Trivia: Olly Alexander non è nuovo alla musica: è il frontman della band synthpop/elettronica Years & Years che se vi volete bene vi consiglio di ascoltare. 

La Finestra Di Fronte - Ferzan Ozpetek, 2003


Trama: Giovanna è una contabile in un'azienda alimentare e suo marito ha un lavoro precario. Inizialmente spia un uomo che abita nel palazzo opposto al suo e poi se ne innamora. La relazione tra i due diviene più forte grazie a un uomo anziano che è bloccato nei ricordi di un amore che ha perso nel 1943. 
Cast: Giovanna Mezzogiorno, Massimo Girotti, Raoul Bova, Filippo Nigro


Dopo tanto tempo e tanti film, ancora mi sorprendo dell'abilità di Ferzan Ozpetek di farmi emozionare ogni volta, ancora rimango stupita dalla delicatezza con cui riesce a trattare ogni tema senza farlo sembrare pesante o di cattivo gusto .


Questo film è un film su persone che si innamorano guardandosi dalle finestre, finestre presenti durante tutto il film: per osservarsi di nascosto, per dichiararsi amore, per affacciarsi sul passato e su se stessi. Giovanna è una donna che non regge più la banalità della sua vita, composta da marito, figli e un lavoro che di entusiasmante non ha nulla: le sue evasioni sono la pasticceria a tempo perso e lo spiare il suo vicino dalla finestra, senza sapere che in realtà lui fa lo stesso. La passione li travolge, lei che così facendo potrebbe perdere tutto e lui che da perdere non ha proprio un bel niente, e i loro corpi si intrecciano in una delle scene di sesso più particolari che ho visto ultimamente.


Commento tecnico necessario: avete visto che bono con gli occhiali?
Lorenzo è il rifugio di Giovanna, così come Giovanna è il rifugio di Davide. Davide è l'uomo anziano che Giovanna e suo marito incontrano per strada e decidono di portare a casa, dopo essersi accorti della sua perdita di memoria. Negli anni 40 Davide ha conosciuto il grande amore della sua vita, Simone, proprio guardandolo dalla finestra. La morte di Simone è qualcosa che Davide non supererà mai e porterà con sé come una croce fino all'incontro con Giovanna. Veniamo presi per mano e accompagnati ora nei flashback di quella notte dell'autunno del 1943, ora nel presente, dove i nodi vengono al pettine sia per Davide che per Giovanna. I due sono accomunati dall'amore per la pasticceria e, ancora una volta, Ozpetek lascia che sia il cibo a parlare dove le parole vengono a mancare.


Un film ben lontano dall'essere perfetto, che poteva approfondire di più i suoi personaggi e le sue storie, ma che non ti lascia da solo dopo la visione, anzi insinua mille domande diverse nella tua testa. Cosa sei disposto a fare pur di evadere dalla ripetitività della tua vita? Vale davvero la pena di lasciare tutto quello che hai costruito negli anni per assecondare il cuore? E quella che mi è entrata più nel profondo e a cui non so dare una risposta: lasceresti morire l'amore della tua vita se servisse a salvare decine di donne, uomini e bambini?



Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 
  • dallo stesso regista Magnifica Presenza (2011), Le Fate Ignoranti (2001), Allacciate Le Cinture (2014); 
  • Miele (Valeria Golino, 2013) per il rapporto tra donna e uomo anziano e per gli spunti di riflessione sulla morte.