martedì, giugno 23, 2015

Cos'è successo a Orange Is The New Black?


Ecco, mi piacerebbe poter dare una risposta a questa domanda, vorrei capire perché e come una serie che in due anni si è distinta per originalità e brillantezza nei contenuti sia riuscita ad appiattirsi in tal modo. Sia chiaro, la terza stagione di OITNB non è brutta: tra Neflix che è una garanzia e il cast che ormai conosciamo e che dà sempre il meglio sarebbe stato impossibile. Solo che non è neanche bella, bella come le due precedenti dove ogni episodio tirava l'altro e tra una risata e l'altra ti legavi alle protagoniste e facevi tuoi i loro problemi. Andiamo a vedere nel dettaglio, personaggio per personaggio e storyline per storyline, ciò che ho pensato di questi 13 episodi:




Piper/Stella: la nostra non-più-protagonista in questa stagione raggiunge i vertici dell'insopportabilità, per poi riscattarsi (si fa per dire) solo negli ultimi venti minuti della serie. È completamente impazzita, un momento vuole una cosa e quella dopo ne vuole un'altra, tutto ciò che fa non ha il minimo senso. Che Piper fosse egoista l'avevamo già capito ma qui non si tratta di egoismo, ma di pura e semplice scrittura debole. Il suo business delle mutande, poi, era un qualcosa che potevano decisamente risparmiarsi.
Ruby Rose è gnocca sì, ma Stella è il personaggio più insulso di tutto lo show e mi chiedo se davvero non potevano farne a meno.

Alex: la mia amata Vause è stato il personaggio più penalizzato in assoluto, ridotto a terzo elemento di un triangolo di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza. La sua storyline non è stata sfruttata bene come sarebbe potuta essere, ma ciò non toglie che Alex sia stata uno dei pochi personaggi a Litchfield a non aver perso la ragione.

Daya/Aleida/Bennet: la storyline della gravidanza di Daya e della sua relazione con Bennet è stata la cosa più ridicola dell'intera stagione. Prima vuole il bambino, poi non lo vuole più, sua madre si mette in mezzo e non si capisce nulla, sembra di star guardando una telenovela argentina. Sappiamo che Daya non ha avuto la più rosea delle infanzie e che così sarà anche per il suo bambino, e sappiamo anche che Aleida è una pessima madre, adesso però possiamo andare oltre?
Ciò che mi ha fatto più innervosire è stata però l'immotivata dipartita di Bennet, completamente campata in aria. Non so se Matt McGorry avesse altri progetti e abbia dovuto accantonare la serie, non lo so e non mi interessa. Farlo scappare come un codardo è stata una scelta assurda e completamente out of character, che ha demolito senza alcun motivo il rapporto che si era creato tra Daya e Bennet, probabilmente l'unica relazione più o meno sana dell'intero telefilm.

Red/Healy: Red è la mia unica gioia perché è rimasta stabile come nelle due stagioni precedenti: è rimasta Red. Seppur priva di un vero nemico verso cui sfogarsi, il livello rimane sempre alto e ho trovato deliziosa (al contrario di molti) l'amicizia con Healy, sono contenta che entrambi abbiano qualcuno con cui parlare e che li possa capire. Riguardo a Healy, non sono ancora riuscita ad inquadrarlo: appena mi convinco che sia una brava persona fa qualche cazzata che mi fa ricredere, ma comunque non mi dispiace vederlo sullo schermo.

Pennsatucky/Big Boo: la sorpresa più bella di questa stagione è stata senza dubbio l'amicizia inaspettata tra Tiffany e Boo, che decidono di fare squadra superate le avversità delle stagioni precedenti. Boo finalmente esce dallo status di personaggio secondario ed è fantastica, mentre Tiffany si riconferma uno dei miei personaggi preferiti (sì, l'amavo anche quando era matta). Ho trovato un po' di cattivo gusto la scelta di inserire una violenza sessuale nel passato di Tiffany, mi ha dato l'impressione di essere motivata dal voler farla piacere al pubblico a tutti i costi, e sappiamo bene che OITNB sa fare meglio di così per farci amare un personaggio. Parlando della guardia (di cui non mi sono neanche disturbata ad imparare il nome), sono rimasta molto delusa dalla svolta improvvisa del personaggio. Lui e Tiffany avevano potenziale, ma sembra quasi che gli scrittori non siano capaci di scrivere un uomo senza trasformarlo in un codardo, un maniaco sessuale o una lagna umana (o tutti e tre nel peggiore dei casi).

Sophia e la famiglia ispanica: arriviamo ora a questa storyline che ha davvero dell'assurdo. Per due stagioni tutte hanno amato Sophia, è tutto filato liscio come l'olio... e ora provate a rifilarmi l'emarginazione e le violenze dovute alla sua transessualità? E tra le tante la sua carnefice è proprio Gloria? No, mi dispiace ma questa non mi è scesa. Si vede che non sono riusciti a costruire proprio niente di meglio ed è davvero un peccato. Per il resto Flaca è stata passabile, Maritza molto sottotono.

Caputo e il carcere: a me Caputo piace. È un buon uomo, uno che ci tiene e che fa tutto ciò che è in suo potere per migliorare le vite delle detenute. Ma era davvero necessario propinarci tutta la storia di come ha salvato Litchfield e poi se n'è pentito, dei suoi rapporti con Danny, delle vite di tutte le guardie? Non stiamo mica guardando House Of Cards. Se non considerassi il saltare le scene una cosa moralmente sbagliata avrei visto circa 1/4 del suo screentime totale.

Norma/Leanne/Soso: un'altra storyline che sfiora il ridicolo e assolutamente non necessaria. Norma odiosa come poche, Leanne dal passato particolare ma che comunque non la riscatta, Soso invece ha finalmente trovato un suo posto nella serie e sono contenta. Non sono mai stata una sua fan ma negli ultimi episodi mi è piaciuta.

La famiglia afroamericana: loro sono le vere stelle di questa serie per quanto mi riguarda. Poussey e Taystee finalmente (e anche un po' tristemente) distaccate che si ritagliano uno spazio vero e proprio: la prima molto sottotono rispetto alla stagione precedente ma comunque nel personaggio, la seconda che funge da collante, da mamma per tutte le altre ragazze del gruppo. Suzanne magnifica con il suo romanzo e con prima il rifiuto e poi l'accettazione della dipartita di Vee (l'attrice è immesa), mentre per Black Cindy ho scoperto un amore che non avrei mai pensato di provare.

I grandi assenti: un'altra cosa che ha fortemente penalizzato questa stagione è stata l'assenza di personaggi cardine nelle due precedenti e che personalmente io adoravo; Nicky viene portata in massima sicurezza nelle prime puntate e fa perdere molto a tutto il resto della stagione. La sua storyline non è stata delle peggiori e in un altro contesto l'avrei apprezzata, però non mi è piaciuto come hanno preso il rapporto tra lei e l'elettricista e rigirato la frittata (di nuovo). È facilmente deducibile che la prerogativa di questa stagione sia stata quella di distruggere i rapporti tra le detenute e gli uomini senza apparente motivo, evidentemente qualcuno nella writers' room si era alzato con la luna storta quel giorno; un'altra mancanza che si è fatta sentire prepotentemente è stata quella di Pornstache, irriconoscibile in un'unica scena durata pochi minuti. È una persona terribile ma era scritto in maniera impeccabile ed era la nota comica dello show, come si fa a non adorarlo?; la mancanza di Larry non è spiegata (o forse sono io che non la ricordo), era un personaggio abbastanza scialbo ma preferivo quando c'era: almeno Piper non sarebbe stata completamente allo sbando.

Una stagione altalenante, quindi, che è riuscita a tenere fede a ciò che aveva messo sul piatto nella stagione precedente in alcuni punti ma che ha fallito in altri. È innegabile che non abbia portato nulla di nuovo a ciò che già c'era ed è deludente se si tiene conto del livello a cui la serie ci ha abituati. Spero che la quarta serie (se ci sarà) non segni il declino inesorabile dello show, come è successo in altri casi: se devono farla per dare il colpo di grazia e rovinare definitivamente i personaggi, preferisco che la chiudano qui e mi lascino col bel ricordo di una serie che ha rivoluzionato la tv americana degli ultimi anni (anche se non tutte le ciambelle escono col buco).

lunedì, giugno 15, 2015

Le Fate Ignoranti - Ferzan Ozpetek, 2001


Alla lista dei film di Ferzan Ozpetek di cui ho parlato non potevo di certo farmi mancare Le Fate Ignoranti, che non è il mio film preferito del regista turco (quello è Mine Vaganti, lo sanno tutti) ma è sicuramente quello che considero il più bello in assoluto ed emblematico per tutta la sua opera. Ferzan (ormai mi prendo la libertà di chiamarlo per nome) non si smentisce mai ed ecco che crea un'altra meravigliosa storia d'amore, nel senso più stretto e intimo del termine, e sulla famiglia, nel senso più libero del termine. 

Antonia (Margherita Buy) e Massimo sono sposati felicemente da dieci anni; un giorno lui viene investito da un'auto e muore. Lei rimane sconvolta nello scoprire che, dietro un quadro (chiamato proprio "La fata ignorante") appartenuto al marito, vi è una dedica di un amante. Perché Massimo era omosessuale (o bisessuale, non è specificato) e la sua storia con Michele (Stefano Accorsi) proseguiva da più di sette anni, anni in cui conduceva una vita completamente diversa da quella che sua moglie conosceva. Quello che Antonia scopre non è solo un amante ma un mondo intero di cui non sapeva nulla, a partire dai personaggi che popolano l'appartamento di Michele e che Massimo considerava la propria famiglia. 

Michele è amareggiato a dir poco, è arrabbiato con Antonia che per sette anni ha avuto ciò che a lui era concesso vivere solo nell'ombra. È allo stesso tempo incuriosito dalla donna, l'unica persona che può condividere il suo dolore e che porta su di sé ciò che resta di Massimo. L'ostilità di Michele comincia a vacillare e Antonia gli va incontro, mentre la rassegnazione si fa strada in lei e con essa il desiderio di conoscere davvero quel marito che le sembra distante anni luce da quando era in vita. Michele e Antonia si scontrano, incapaci di vedere Massimo in ciò che descrive l'altro, e poi si incontrano, sviluppando una dipendenza reciproca dove nell'altro cercano l'uomo che entrambi hanno amato.

Stefano, a noi piace ricordarti così: mentre ti bombi due
uomini insieme invece delle showgirl di Tangentopoli.
Vedo questo film allo stesso modo di una poesia dedicata alla perdita di una persona cara, malinconico e struggente, delicato come il bicchiere di vetro che cade a terra e si rompe in mille pezzi ("Si dice che quando ti si rompe un bicchiere la persona che ami se n'è andata via"). A legare i versi di questa poesia è la presenza di Ernesto (Gabriel Garko, probabilmente nell'unico bel ruolo della sua carriera), membro della "famiglia" con una storia d'amore abusiva e irrisolta alle spalle e gravemente malato, prossimo alla morte (tema ripreso poi in altra salsa in Saturno Contro). 
Un film magico, tipico di Ozpetek, dove ogni cosa sembra essere nel posto giusto al momento giusto ma pronta a crollare, dove l'amore viene proposto in tutte le sue sfumature e dove si fonde, si trasforma, perché è impossibile racchiuderlo in due personaggi, in una storia, in un'etichetta. 

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lunedì, giugno 01, 2015

Mr. Robot è una bomba ed è pronto ad esplodere


Quando si tratta di storie, che siano esse film, telefilm, libri o fumetti, io ho due punti deboli: lo spionaggio e l'hacking. Datemi qualcosa che abbia a che fare con ciò e c'è il 99% di possibilità che lo adorerò. 


Mr. Robot è un telefilm, il primo che recensisco su questo blog, che parte su USA Network il 24 giugno ma il cui pilot è già stato diffuso online dal canale stesso e che cade nella seconda categoria, ovvero quella dell'hacking (anche se non escludo, anzi sono quasi certa che presto metteranno in pentola anche la parte spionistica). 

Protagonista è Elliot, interpretato dal bravissimo ma poco considerato Rami Malek, di giorno programmatore in un'azienda di sicurezza informatica e di notte una sorta di hacker vigilante, affetto da un disturbo dell'ansia e da depressione cronica. Si intuisce che Elliot stia lavorando a qualcosa, non si capisce esattamente cosa: da un lato viene avvicinato da una misteriosa multinazionale che lui crede responsabile di pressappoco ogni cosa che succede nel mondo, dall'altro viene reclutato dal leader di un gruppo di hacker anarchici che gli promette una rivoluzione. 
In generale una produzione ambiziosa per USA Network, che ci ha abituato a procedurali leggeri, carini per passare il tempo ma non esattamente brillanti. La prima impressione è quella di trovarsi piuttosto di fronte a un prodotto di casa Nexflix, anche se la strada da fare è ancora tanta.

Leggendo altri commenti ho riscontrato che non è stata solo una mia impressione che ci fosse un certo citazionismo non proprio implicito a David Fincher, soprattutto visivamente, cosa che non posso non apprezzare. Le atmosfere ricordano inevitabilmente quelle della trilogia Millennium di Stieg Larsson (adattata cinematograficamente in una trilogia svedese e in un film proprio di Fincher) e le analogie tra Lisbeth Salander ed Elliot, entrambi vigilanti solitari, non potrebbero essere più chiare; a qualcuno in giro per l'internet ha ricordato anche Fight Club e, pensandoci, qualche elemento del libro cult di Palahniuk portato poi al cinema da Fincher c'è. 

Elliot si presenta da subito come un soggetto particolare, fin dall'inizio dove dichiara di "non poter credere di star parlando da solo": il suo disturbo dell'ansia non è sottinteso come spesso capita in questo genere di storie ma è esplicitato dal personaggio stesso (in quanto voce narrante) e non è affatto ingombrante pur essendo un tratto delinenante, anzi è interessante e caratterizzato molto bene anche grazie al linguaggio corporeo di Malek. 
Il tutto ha un'accezione vagamente fumettistica, a partire dal nome dello show (che, lasciatemelo dire, è un po' brutto) al nome della società contro la quale Elliot combatte, la Evil Corp (un gruppo di cattivoni chiamati Evil, davvero? Non siete proprio riusciti a pensare a niente di meglio?).  

Se siete fan del genere Mr. Robot è, in due parole, una figata pazzesca. È partito alla grande e può continuare su questa strada, sviluppando una trama orizzontale epica, oppure possono riempire quest'ora settimanale di storyline pompose e confusionarie e farlo scadere nella cagata colossale: ce lo dirà solo il tempo. Intanto il pilot mi ha entusiasmata come pochi ultimamente, speriamo che non lo cancellino subito... d'altronde nessun telefilm dura se Christian Slater è nel cast.

Edit: sono stata informata che il regista di Mr. Robot è Niels Arden Oplev, lo stesso del primo capitolo svedese della trilogia Millenium. Direi che spiega molte cose. 

Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti...
  • la trilogia Millennium di Stieg Larsson, trasposta in tre film svedesi con Noomi Rapace nel 2009 e in un remake americano dal titolo The Girl With The Dragon Tattoo (David Fincher, 2011) con Daniel Craig e Rooney Mara;
  • Fight Club (1999) e The Social Network (2010) di David Fincher;
  • The Fifth Estate (2013, Bill Condon), film sulla vita di Julian Assange;
  • Person Of Interest (2011), telefilm distopico e spionistico;
  • Halt And Catch Fire (2014), telefilm che tratta temi d'informatica;
  • Arrow (2012) e Gotham (2014), telefilm dell'universo DC Comics. 

martedì, maggio 12, 2015

Il Nome Del Figlio - Francesca Archibugi, 2015


Trama: Paolo Pontecorvo (Gassmann) e Simona (Ramazzotti) sono in attesa del loro primo figlio. Durante una cena a casa di Betta (Golino) e Sandro (Lo Cascio), rispettivamente sorella e cognato di Paolo, dov'è presente anche Claudio (Papaleo), amico sin dall'infanzia, a causa di uno scherzo di Paolo verranno a galla vecchi rancori e questioni irrisolte.
Cast: Alessandro Gassmann, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti.

Uno dei commenti più frequenti che mi capita di leggere su internet riguardo ai film italiani belli è "questa è una delle poche eccezioni, il nostro cinema è morto". Certo, non c'è più lo splendore di una volta, non ci sono più Fellini, De Sica, Visconti; non ci sono più Risi e tutti i maestri della commedia all'italiana, tutt'oggi inarrivabili; non ci sono più gli attori magnifici e poliedrici che non hanno fatto solo la nostra, di storia, ma quella del cinema in generale.
Io sono dell'opinione che il nostro cinema non sia mai morto. Ammosciato, forse, ma sicuramente non morto: film di grande introspezione e commedie che si prendono gioco di ogni cosa esistono ancora per chi le sa cercare e apprezzare.

Tutto ciò per introdurvi al film di cui tratterò stavolta, Il Nome Del Figlio, che è classificato come commedia ma che chiamare tale sarebbe riduttivo; lungi, tuttavia, dall'essere un film drammatico, si trova da qualche parte nel mezzo.
Il soggetto è tratto da una pièce teatrale, precedentemente adattata cinematograficamente in Francia con il nome di Le Prènom (in italiano Cena Tra Amici), film che io ho amato dall'inizio alla fine e a cui associo dei bei ricordi, oltre ad essere una delle commedie più divertenti che io abbia visto. Potete quindi immaginare che le mie aspettative per questo remake italiano erano alle stelle, soprattutto dopo essere venuta a conoscenza del cast che, a parer mio, riunisce cinque dei più bravi attori che abbiamo e che io personalmente adoro.

Vi dirò che non è stato esattamente ciò che credevo: nonostante le tantissime somiglianze con la versione francese (la trama non cambia di una virgola e alcune battute sono prese pari passo), i due film nell'essenza sono infinitamente diversi, essendo ovviamente specchio di due società diverse. Le Prènom è una commedia a tutti gli effetti, tipicamente francese, dove una serie di equivoci innescano delle situazioni a dir poco esilaranti. Il Nome Del Figlio, invece, dà vita alla una versione molto più elegante della stessa storia, creando un film uguale ma completamente nuovo: si dà più spazio ai rapporti tra i personaggi, parte della stessa società che criticano, ed è tutto velato da una nostalgia che ricorre dalla prima scena all'ultima, grazie ai flashback che ci mostrano i protagonisti in età adolescenziale e ci aiutano a comprendere perché si comportano in quella maniera (quasi un parallelismo dell'elicottero telecomandato che è in giro per tutta la durata del film e ci offre delle inquadrature alternative, guidato dai bambini) . I personaggi si muovono in uno degli appartamenti più belli che io abbia visto in un film, pieno di citazioni a partire dalle decine di libri sparsi dappertutto ai poster di Frida Kahlo, Star Wars e Marie Antoinette di Sofia Coppola appesi ai muri. Qui tutte le tensioni irrisolte e accumulatesi nel corso degli anni cominciano a sciogliersi con non pochi drammi e con qualche risata occasionale, per convergere in un lieto fine che se non ci fosse stato non avrebbe reso possibile la categorizzazione di questo film come commedia.

Avendo visto e amato la versione francese non posso dire che il cast sia perfettamente azzeccato, ma funziona. Il personaggio di Valeria Golino è più una casalinga nevrotica che un'insegnante, lei si ritrova succube della bravura degli altri attori e quando sembra stia ingranando, il film è quasi alla fine. Alessandro Gassmann si riconferma bravissimo e uno dei miei attori preferiti in assoluto (oserei dire un Mostro, proprio come suo padre), il film è praticamente suo e il suo personaggio è quello che mi è piaciuto di più, miglior amico e miglior nemico del personaggio di Luigi Lo Cascio, un altro attore italiano che apprezzo tantissimo e che qui porta in scena lo stereotipo (ma neanche tanto) dell'intellettuale di sinistra che predica bene e razzola male. Tra l'altro, i due hanno una chimica incredibile e le loro interazioni sono deliziose (vi invito ad osservarli anche quando la scena non è incentrata su di loro e interagiscono sullo sfondo). Bravo come al solito anche Rocco Papaleo, ma la vera perla di questo film è Micaela Ramazzotti, svampita e un po' burina, che rappresenta il punto di vista "esterno": non è acculturata, non è ricca di famiglia ed è decisamente il personaggio più genuino tra tutti.


Un po' merito dell'appartamento, un po' merito della sceneggiatura decisamente sopra le righe, un po' merito della bravura degli attori, per tutta la sua durata non sembra di star guardando un film ma un vero e proprio spettacolo teatrale - cosa che può piacere o meno ma che io ho adorato, così come ho adorato il film. Non bisogna essere a tutti i costi originali, osare nelle provocazioni o avere un budget stellare. A volte basta davvero poco: delle belle ambientazioni, un buon testo da cui partire, una regia pulita e incalzante e un cast che sa il fatto suo.
Vi lascio qui una delle scene più belle del film:



Nota: a tutte le persone che hanno detto "sì ma è una copia!!!1 Noi italiani siamo buoni solo a copiare!1!!1": siete scemi. Non so come altro metterla, davvero.

Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 

  • chiaramente Cena Tra Amici (Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, 2012), di cui questo film è remake; 
  • I Nostri Ragazzi (Ivano De Matteo, 2014) per la serie "borghesi italiani con problemi" e l'accoppiata Gassmann-Lo Cascio; 
  • Il Capitale Umano (Paolo Virzì, 2014) sempre per la stessa serie; 
  • 18 Anni Dopo (Edoardo Leo, 2010), a metà tra drammatico e commedia. 

venerdì, aprile 24, 2015

Santa Maradona - Marco Ponti, 2001


Trama: Andrea (Stefano Accorsi), laureato in lettere, 27 anni, è l'emblema di una generazione ricca di insicurezze che passa da un colloquio di lavoro all'altro con scarsi successi; vive in affitto in un appartamento con il suo amico Bart (Libero De Rienzo), con il quale condivide la monotonia di tutti i giorni fin quando Dolores (Anita Caprioli), giovane attrice di teatro e maestra, irrompe nella sua vita. Tra i due nasce una storia d'amore che metterà in crisi Andrea. I suoi amici, Bart e Lucia (Mandala Tayde), convinceranno il protagonista che, volendo, si può fare qualcosa per migliorare le cose che non piacciono. (presa da Wikipedia)


Quello con cui abbiamo a che fare stavolta è uno dei film più citabili in assoluto, da "L'amore è una scorreggia nel cuore" a "Quell'essere mitologico? Quello col corpo d'uomo e la testa di cazzo?" passando per "Io sono andato in Polonia con una Panda senza rompere i coglioni a nessuno". Tutte frasi dette dal personaggio di Libero De Rienzo, attore che io adoro e che in questo film rasenta la perfezione; lui e il personaggio interpretato da Stefano Accorsi sono, detto senza troppi giri di parole, due falliti, a cui non importa di nulla e che vivono al giorno, che tentano di riscattare le loro vite senza tanto successo ma in realtà di riuscirci non gli interessa poi così tanto.


Non esagero se dico che questo è uno dei film più divertenti che io abbia mai visto e se state continuando a leggere in attesa della parte dove vi dico cosa non mi è piaciuto di questo film allora potete pure andarvene. È fresco anche se risale a quasi quindici anni fa, è a tratti geniale e tutti e quattro i personaggi sono delineati chiaramente. È anche una delle rare volte in cui in un film i protagonisti sono sì due amici maschi, ma viene comunque ritagliato uno spazio per un personaggio femminile loro coetaneo che non ha il ruolo di interesse amoroso né è una macchietta, ma loro pari in tutto e per tutto ("Io una volta mi sono masturbata con un Magnum Double").


Una cosa brutta, in effetti, c'è: le orribili transizioni da una scena all'altra che sembrano fatte con Movie Maker. Però se vogliamo fare gli intellettuali possiamo dire che conferiscono un certo carattere al film... insomma, gliele perdoniamo. Non riesco a pensare a un solo motivo per cui non dovreste vedere questo film: io credo di aver appena trovato il film della mia vita e da oggi in poi infilerò una citazione di Bart in ogni discorso.




Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 

  • Song E Napule (Manetti Bros, 2013); 
  • Noi E La Giulia (Edoardo Leo, 2015); 
  • Smetto Quando Voglio (Sydney Sibilia, 2014).

Film flash #1 - film italiani che ho visto recentemente


Passione Sinistra (Marco Ponti, 2013): Neanche Vinicio Marchioni e Alessandro Preziosi, raggianti e bravi come sempre, riescono a salvare una commedia intrisa di stereotipi pessimi (la bionda stupida oltre ogni limite, l'estremista di sinistra sfasciapalle, quello di destra stronzo e coi soldi) e, a parte i due sopracitati, con un cast a dir poco mediocre. Però oh, sarà che il mio senso dell'umorismo è terribile, ma ogni tanto ho riso.



Primo Amore (Matteo Garrone, 2004): Garrone sembra essere specializzato nel raccontare le ossessioni: in Reality l'ossessione per la fama, ne L'Imbalsamatore l'ossessione per un ragazzo di bell'aspetto, qui l'ossessione per l'anoressia. Tutti i suoi film che ho visto sono stranissimi, ed è proprio per questo che lo adoro. Se vivete d'ansia come me ve lo consiglio (insieme agli altri due che ho citato).



Più Buio Di Mezzanotte (Sebastiano Riso, 2014): film d'esordio e occasione vergognosamente sprecata: data la buona regia, il bravo protagonista e l'idea poco sfruttata nel cinema italiano (quella della gioventù lgbt), poteva diventare un cult. E invece si perde a causa di una trama pressappoco inesistente e personaggi piattissimi. Inoltre è davvero troppo triste per i miei gusti.



I Più Grandi Di Tutti (Carlo Virzì, 2012): questo film è una Figata Assurda e non capisco perché non sia un cult del nostro cinema contemporaneo. Non brilla per originalità, certo, ma quale film lo fa oggigiorno? Non c'è un solo personaggio che sia veramente antipatico, c'è l'amore per la musica (e una canzone spettacolarmente trash) ed è sia divertente che commovente. E poi c'è Alessandro Roja nella parte di uno sfigato pazzesco, se ciò non vi convince non so davvero cos'altro può farlo.



Giulia Non Esce La Sera (Giuseppe Piccioni, 2009): questo è un film di quelli drammatici veri, storie d'amore che nascono dove non dovrebbero, crimini vari, tristezza random, morte, niente azione, e di conseguenza avrebbe dovuto annoiarmi a morte. E invece no, l'ho trovato molto bello, a partire dai due protagonisti (Valerio Mastrandrea e Valeria Golino). Menzione speciale alla soundtrack che è dei Baustelle e quindi merita.



Tatanka (Giuseppe Gagliardi, 2011): un film su un pugile di cui non mi poteva interessare di meno sarebbe stato decisamente l'ultima delle cose che avrei pensato di vedere, ma ci sono state tre cose che mi hanno spinto a dargli una possibilità: 1. la curiosità di vedere qualcos'altro del regista che è nel team creativo della serie 1992; 2. la fiducia negli adattamenti da Saviano, che in genere sono belli; 3. le riprese che sono state in parte girate dove abito e in luoghi che visito spesso; facciamo pure 4., cioè che Carmine Recano è di una gnoccaggine al di fuori di questo mondo. Devo dire che non sono rimasta delusa, il film è interessante, gli attori bravi e la regia promossa. L'unica cosa che io personalmente ho apprezzato tantissimo ma che per altri può essere fastidiosa è che il 95% del film è in dialetto napoletano/casertano quindi, se non siete pratici, senza sottotitoli non capireste assolutamente nulla.



venerdì, aprile 17, 2015

Il Sale Della Terra - Wim Wenders, 2014


Trama: documentario sulla vita e sul lavoro del fotografo brasiliano Sebastiao Salgado.

Il Sale Della Terra è un film documentario di Wim Wenders, che non ha bisogno di introduzioni, aiutato alla regia da Juliano Ribeiro Salgado. Se il cognome non vi dice nulla non temete, vi do una mano io: Juliano è il figlio di Sebastiao Salgado,  fotografo sulla quale vita e sul quale meraviglioso lavoro è incentrato questo film. Sebastiao è presente nel film insieme al figlio sopracitato, alla moglie, inseparabile compagna di vita, e a suo padre: con i loro racconti ci danno un retroscena sulla vita del fotografo, permettendoci di comprendere tutto ciò che si nasconde dietro i suoi scatti. Sono proprio questi ultimi che scorrono in successione durante il film e si fermano davanti ai nostri occhi anche per più di 10 secondi, in modo da farci cogliere non solo il punctum ma ogni dettaglio crudo e lacerante della fotografia, mentre le voci dell'autore e dei familiari ci accompagnano spiegandoci il contesto.

Il titolo fa riferimento al soggetto della maggior parte delle raccolte fotografiche di Salgado: l'essere umano, che come ci spiega la voce di Wenders all'inizio è il sale della vita. La carriera di Salgado si è concentrata specialmente sull'uomo, sulla sua vita difficile, sui sacrifici che deve compiere per andare avanti, perché gli uomini, le donne e i bambini che egli fotografa non conducono una vita agiata ma vivono nella povertà, nella malattia, lavorano duramente, stanno morendo o sono già morti; due delle sue raccolte fotografiche più famose sono Other Americas, spaccato di vita dell'America Latina, e Workers, incentrato sui lavoratori nei settori di base della produzione. A colpirmi particolarmente sono le fotografie scattate in Etiopia negli anni 80, immagini di morte e rassegnazione, tanto crude quanto vere. Dopo aver ripiantato completamente l'oasi della sua casa d'infanzia con piante provenienti da tutto il mondo, Salgado ha ultimamente spostato la sua attenzione fotografiche sulle meraviglie della natura, pubblicando la raccolta Genesis.

Sul piano tecnico non c'è molto da commentare in quanto le riprese apposite per il film si alternano agli scatti fotografici, come se ci trovassimo a una mostra. Le fotografie sono rigorosamente in bianco e nero, con un forte contrasto tra luci e ombre e spesso in controluce. Per me questo documentario è promosso a pieni voti, ma io sono di parte: adoro Salgado, è un grande fotografo e un grande uomo con una grandissima vita alle spalle, sempre impegnato socialmente, da cui tutti potremmo e dovremmo imparare. Questo documentario è un viaggio non solo nella sua vita, ma anche per il mondo e dentro voi stessi perché è impossibile non sentirsi coinvolti dalle immagini che vedete scorrere. Se già conoscete Salgado non potete perdervi questo film, se non lo conoscete sarà per voi un'introduzione al suo spettacolare lavoro, del quale non riuscirete a dimenticarvi facilmente.