giovedì, settembre 10, 2015

Tag Cineclub poraccio con Barbie Xanax


Ho deciso di fare il tag postato sul Cineclub poraccio con Barbie Xanax, gruppo su Facebook dove si parla di cinema e altro, tutto sotto la benedizione della nostra guida spirituale Barbie Xanax. ♥

1. "Il film che segretamente ami ma di cui ti vergogni".
Io amo tutte le commedie romantiche, in particolare The Proposal (Ricatto D'Amore). The Proposal è un capolavoro. Amo anche tutti quei film smielatissimi natalizi, del genere che danno a dicembre nel pomeriggio di Italia Uno. Non giudicatemi. 

2. "Il film che tutti idolatrano ma che tu hai odiato" 

Odiare è una parola grossa ma mi viene in mente solo Elysium che non mi è piaciuto molto :(

3. "Il film che ti vergogni di non aver visto"

Ci sono una marea di film che mi sotterrerei per non aver visto, non finirei più di rispondere. Diciamo che la maggior parte dei classici e dei cult che durano più di due ore probabilmente non li ho visti. 

4. "il film più malato che hai visto" 

Salò di Pasolini. Se la vostra risposta non è Salò vi sto giudicando. 

5. "Un film che avresti voluto vedere ma alla fine non hanno fatto più"

Qui copio spudoratamente Barbie Xanax e dico che ho assolutamente bisogno del film di Invisible Monsters. 

6. "miglior film da vedere in compagnia?"

Tutti gli horror sono da vedere in compagnia, prendere per il culo i protagonisti è metà del divertimento.

7. "miglior film da vedere da soli?"

Big Hero 6, perché così puoi piangere fiumi di lacrime senza essere giudicata (io l'ho visto al cinema ma ciò non mi ha trattenuta)

8. "un Film che ti ha segnato l'infanzia"

Kill Bill, tra gli altri. Che trauma. 

9." film di cui non hai mai visto l'inizio o la fine"

Non credo di aver visto mai la fine di Gomorra, dovrei recuperare visto che Garrone è uno dei miei registi preferiti. 

10. "un film che ti ha influenzato da grande"

The Dreamers di Bertolucci, ha praticamente iniziato il mio amore per il cinema e ha influenzato la mia visione politica. 

11"Se la tua vita fosse un film, quale sarebbe?"

Un film adolescenziale trash anni 90 oppure un b-movie horror ancora più trash. 

12."un film che non ti ha lasciato Niente"
Inherent Vice (Vizio Di Forma) non mi è piaciuto, non capisco l'hype :/

13."un film che rivedresti ora"

Mine Vaganti, perché io rivedrei Mine Vaganti a prescindere. 

14. "un film che sconsiglieresti sempre"
Romeo + Juliet di Luhrmann. Scenografie molto carine ma è una cagata. 

15."al cinema da solo o in compagnia?"
I film si vedono da soli ma al cinema ci si va in compagnia, sennò non c'è sfizio. Paradosso. 

16."Che genere ti piace?"

Le commedie nere d'azione ♥ 

17."il film che ti ha fatto più piangere"

Toy Story 3 e Dragon Trainer 2.... io i pianti veri me li faccio solo per i film di animazione. 

18."un film da non guardare mai prima di andare a letto"

I film di Lynch perché non riuscirai a dormire nel tentativo di capire cosa cazzo significhino. Ovviamente invano. 

19."film da guardare abbracciati di fronte al caminetto"
Inglorious Basterds (Bastardi Senza Gloria). Questa è la mia idea di romanticismo.

20."quale film cancelleresti dalla storia"

Tutti i film comici italiani trashissimi degli anni 70-80. 

21."quale tra tutti i film salveresti per i posteri"

Mine Vaganti. Ops.

22.che film andresti a vedere oggi?

Sto morendo dalla voglia di vedere The Man From U.N.C.L.E. (Operazione U.N.C.L.E.). Guy Ritchie ti amo. 

23."qual è stato l'ultimo film che hai visto"

We Are The Night, un indie horror tedesco tutto al femminile, molto carino!

25."da quale sei fuggito prima della fine"

In genere i film li finisco sempre, anche se a intervalli di mesi o addirittura anni...

26."il finale che non ti saresti mai aspettato"

Il finali de Il Postino, quello con Troisi, e di Dead Poets Society (L'Attimo Fuggente) mi hanno fatta rimanere davvero di merda. 

giovedì, agosto 20, 2015

In Bruges tra sogno, azione e commedia (Martin McDonagh, 2008)


In Bruges è il primo lungometraggio di Martin McDonagh (poi regista di Seven Psychopaths, uno dei miei film preferiti in assoluto) ed è un film atipico, oserei anche dire un po' strano. Dovrebbe essere un crime ma è anche un po' un thriller ed è sicuramente drammatico, però è senz'altro anche una commedia nera. 

La Bruges del titolo è una cittadina belga che sembra uscita da una fiaba (come ci ricordano spesso i personaggi), cittadina nella quale il protagonista Ray (Colin Farrell) e il suo collega Ken (Brendan Gleeson), due sicari, vengono mandati dal loro capo Harry (Ralph Fiennes) per un incarico che non gli è stato ancora comunicato. Ray è tormentato dal passato: durante uno dei suoi lavori ha erroneamente ucciso un bambino e non riesce a perdonarselo, tanto da pensare continuamente al suicidio.

Ci sarebbero tutte le carte in tavola per uno di quei drammoni introspettivi... e invece no, perché In Bruges è anche un film drammatico ma non è pesante, non annoia con la psicologia del sicario tormentato, non pretende di far pensare. In Bruges non esagera ma dosa perfettamente vari generi, nessuno prevale sull'altro ma ognuno è espresso al suo meglio. La sua ironia è inappropriata, amara, nera per l'appunto, così che il film non si perda nella mediocrità delle commedie d'azione di cui i cinema sono pieni. I dialoghi sono assolutamente brillanti, non sono mai forzati o sottotono ma calzano alla perfezione, dai monologhi del protagonista a qualsiasi conversazione che comprenda il personaggio di Ralph Fiennes, che in questo film è un gradino sopra ogni cosa (ma non lo è sempre, in fondo?). 

Leggendo i commenti che si trovano online, c'è chi l'ha definito "il film che Guy Ritchie ha sempre voluto fare ma che non gli è mai riuscito" oppure "il film che neanche Tarantino sarebbe riuscito a scrivere meglio": In Bruges è diverso da qualsiasi cosa che io abbia mai visto ed è per questo che è fantastico, è una perla in un mare di film che si somigliano tutti tra di loro, non potete assolutamente farvelo scappare. 

Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti...
  • Seven Psychopaths (stesso regista, 2012);
  • Reservoir Dogs (Quentin Tarantino, 1992);
  • A Fish Called Wanda (Charles Crichton, 1988);
  • Kiss Kiss Bang Bang (Shane Black, 2005)


lunedì, agosto 10, 2015

The Duff, oppure: come desiderare di essere una sfigata (Ari Sandel, 2015)


Quante commedie romantiche per adolescenti abbiamo visto dove la protagonista era una sfigata in piena regola e l'atleta belloccio di turno si innamorava di lei, tra lo stupore di tutti i loro compagni e la nostra speranza che qualcosa di simile, un giorno, sarebbe potuto capitare anche a noi? 

I tempi, però, sono cambiati: gli atleti sono sempre atleti e i nerd sono sempre nerd ma, da qualche anno, sono questi ultimi a detenere lo scettro nei prodotti cinematografici e televisivi. Basti pensare a tutte le commedie e ai telefilm che guardiamo e ai personaggi con cui ci relazioniamo. Ormai non vogliamo essere come i personaggi che consideriamo belli, atletici, invidiati da tutti: vogliamo essere strani, divertenti, sfigati. Vogliamo essere noi stessi, perché essere noi stessi è meglio che essere uno stereotipo. 

Be the best weirdo you can be: questo è, in sostanza, il messaggio di The Duff (tradotto in italiano con il complicato titolo di L'A.S.S.O. Nella Manica), che prende la storia trita e ritrita dell'atleta e della sfigata e la stravolge, tenendo conto di come funzionano adesso le dinamiche tra adolescenti. Oggi la conoscenza della cultura pop non è più da outsider, non è insolita, ma è un vanto da sbandierare. I social network non sono cattivi se li si sa usare (Cyberbully popola ancora in miei incubi, di tanto in tanto) e sono all'ordine del giorno; il film gioca molto sull'utilizzo di questi, infatti all'inizio ci viene proposta una carrellata di hashtag per aiutarci ad inquadrare i personaggi in fretta. Semplice ma efficace.  


La trama non brilla di certo per originalità: Bianca (interpretata dall'adorabile Mae Whitman) è intelligente, divertente, sarcastica e decisamente nerd. Le sue migliori amiche sono belle e volute dai ragazzi, tutto ciò a cui una come Bianca dovrebbe aspirare. Una sera, Wes (Robbie Amell), suo vicino di casa e giocatore di football più popolare della scuola, le fa notare che lei è una DUFF (Designated Ugly Fat Friend): in poche parole, è l'amica sfigata il cui unico scopo è far risaltare le altre amiche, più belle e in gamba. Lei, chiaramente, non la prende bene e quindi chiede a Wes di aiutarla a scollarsi quest'etichetta da dosso e a conquistare Toby, l'archetipo dell' hipster, per il quale ha una cotta. Come da manuale c'è anche la basic bitch, Madison (interpretata dalla dea terrestre Bella Thorne), ex di Wes decisa a riconquistarlo. Il resto potete immaginarlo.

Ciò che è fresco e travolgente è il modo in cui la storia è posta: Bianca è awkward, è una ragazza normale, ma Bianca non ha bisogno di cambiare perché è già fighissima così com'è, e infatti il ragazzo lo conquista senza cambiare di una virgola. E, raramente succede in questo genere di film, tutto ciò è credibile: non c'è motivo per cui Wes non dovrebbe innamorarsi di Bianca, perché Bianca è fantastica anche senza essere bella o talentuosa, senza essere nulla di speciale. Siamo tutte, e qui includo anche me stessa, un po' lei.

Wes non è il ragazzo perfetto, semplicemente perché adesso la definizione di ragazzo perfetto non vede più lo stereotipo dell'atleta bello e popolare quanto quello del ragazzo sensibile, artistico, magari anche con gli occhiali e che indossa soltanto polo e maglioni. E la relazione tra Wes e Bianca è prima di tutto un'amicizia, dove entrambi sono liberi di essere ciò che vogliono al di fuori di quello che lo stereotipo della commedia teen americana ha imposto con gli anni. 
E, come se non bastasse, tutto il film è dannatamente divertente.

Insomma, se i soliti film adolescenziali vi hanno stancato, se vi mancano John Hughes e The Breakfast Club, se volete più Easy A e meno Cyberbully (scusatemi se lo menziono di nuovo, ma è sempre doveroso ricordare quanto faccia schifo) allora avete trovato un nuovo non-così-guilty pleasure.



Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti...

  • The Breakfast Club (1985) e Sixteen Candles (1984) di John Hughes, ma tutta la sua filmografia in generale;
  • Easy A (Will Gluck, 2010);
  • Pitch Perfect (Jason Moore, 2012)

martedì, giugno 23, 2015

Cos'è successo a Orange Is The New Black?


Ecco, mi piacerebbe poter dare una risposta a questa domanda, vorrei capire perché e come una serie che in due anni si è distinta per originalità e brillantezza nei contenuti sia riuscita ad appiattirsi in tal modo. Sia chiaro, la terza stagione di OITNB non è brutta: tra Neflix che è una garanzia e il cast che ormai conosciamo e che dà sempre il meglio sarebbe stato impossibile. Solo che non è neanche bella, bella come le due precedenti dove ogni episodio tirava l'altro e tra una risata e l'altra ti legavi alle protagoniste e facevi tuoi i loro problemi. Andiamo a vedere nel dettaglio, personaggio per personaggio e storyline per storyline, ciò che ho pensato di questi 13 episodi:




Piper/Stella: la nostra non-più-protagonista in questa stagione raggiunge i vertici dell'insopportabilità, per poi riscattarsi (si fa per dire) solo negli ultimi venti minuti della serie. È completamente impazzita, un momento vuole una cosa e quella dopo ne vuole un'altra, tutto ciò che fa non ha il minimo senso. Che Piper fosse egoista l'avevamo già capito ma qui non si tratta di egoismo, ma di pura e semplice scrittura debole. Il suo business delle mutande, poi, era un qualcosa che potevano decisamente risparmiarsi.
Ruby Rose è gnocca sì, ma Stella è il personaggio più insulso di tutto lo show e mi chiedo se davvero non potevano farne a meno.

Alex: la mia amata Vause è stato il personaggio più penalizzato in assoluto, ridotto a terzo elemento di un triangolo di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza. La sua storyline non è stata sfruttata bene come sarebbe potuta essere, ma ciò non toglie che Alex sia stata uno dei pochi personaggi a Litchfield a non aver perso la ragione.

Daya/Aleida/Bennet: la storyline della gravidanza di Daya e della sua relazione con Bennet è stata la cosa più ridicola dell'intera stagione. Prima vuole il bambino, poi non lo vuole più, sua madre si mette in mezzo e non si capisce nulla, sembra di star guardando una telenovela argentina. Sappiamo che Daya non ha avuto la più rosea delle infanzie e che così sarà anche per il suo bambino, e sappiamo anche che Aleida è una pessima madre, adesso però possiamo andare oltre?
Ciò che mi ha fatto più innervosire è stata però l'immotivata dipartita di Bennet, completamente campata in aria. Non so se Matt McGorry avesse altri progetti e abbia dovuto accantonare la serie, non lo so e non mi interessa. Farlo scappare come un codardo è stata una scelta assurda e completamente out of character, che ha demolito senza alcun motivo il rapporto che si era creato tra Daya e Bennet, probabilmente l'unica relazione più o meno sana dell'intero telefilm.

Red/Healy: Red è la mia unica gioia perché è rimasta stabile come nelle due stagioni precedenti: è rimasta Red. Seppur priva di un vero nemico verso cui sfogarsi, il livello rimane sempre alto e ho trovato deliziosa (al contrario di molti) l'amicizia con Healy, sono contenta che entrambi abbiano qualcuno con cui parlare e che li possa capire. Riguardo a Healy, non sono ancora riuscita ad inquadrarlo: appena mi convinco che sia una brava persona fa qualche cazzata che mi fa ricredere, ma comunque non mi dispiace vederlo sullo schermo.

Pennsatucky/Big Boo: la sorpresa più bella di questa stagione è stata senza dubbio l'amicizia inaspettata tra Tiffany e Boo, che decidono di fare squadra superate le avversità delle stagioni precedenti. Boo finalmente esce dallo status di personaggio secondario ed è fantastica, mentre Tiffany si riconferma uno dei miei personaggi preferiti (sì, l'amavo anche quando era matta). Ho trovato un po' di cattivo gusto la scelta di inserire una violenza sessuale nel passato di Tiffany, mi ha dato l'impressione di essere motivata dal voler farla piacere al pubblico a tutti i costi, e sappiamo bene che OITNB sa fare meglio di così per farci amare un personaggio. Parlando della guardia (di cui non mi sono neanche disturbata ad imparare il nome), sono rimasta molto delusa dalla svolta improvvisa del personaggio. Lui e Tiffany avevano potenziale, ma sembra quasi che gli scrittori non siano capaci di scrivere un uomo senza trasformarlo in un codardo, un maniaco sessuale o una lagna umana (o tutti e tre nel peggiore dei casi).

Sophia e la famiglia ispanica: arriviamo ora a questa storyline che ha davvero dell'assurdo. Per due stagioni tutte hanno amato Sophia, è tutto filato liscio come l'olio... e ora provate a rifilarmi l'emarginazione e le violenze dovute alla sua transessualità? E tra le tante la sua carnefice è proprio Gloria? No, mi dispiace ma questa non mi è scesa. Si vede che non sono riusciti a costruire proprio niente di meglio ed è davvero un peccato. Per il resto Flaca è stata passabile, Maritza molto sottotono.

Caputo e il carcere: a me Caputo piace. È un buon uomo, uno che ci tiene e che fa tutto ciò che è in suo potere per migliorare le vite delle detenute. Ma era davvero necessario propinarci tutta la storia di come ha salvato Litchfield e poi se n'è pentito, dei suoi rapporti con Danny, delle vite di tutte le guardie? Non stiamo mica guardando House Of Cards. Se non considerassi il saltare le scene una cosa moralmente sbagliata avrei visto circa 1/4 del suo screentime totale.

Norma/Leanne/Soso: un'altra storyline che sfiora il ridicolo e assolutamente non necessaria. Norma odiosa come poche, Leanne dal passato particolare ma che comunque non la riscatta, Soso invece ha finalmente trovato un suo posto nella serie e sono contenta. Non sono mai stata una sua fan ma negli ultimi episodi mi è piaciuta.

La famiglia afroamericana: loro sono le vere stelle di questa serie per quanto mi riguarda. Poussey e Taystee finalmente (e anche un po' tristemente) distaccate che si ritagliano uno spazio vero e proprio: la prima molto sottotono rispetto alla stagione precedente ma comunque nel personaggio, la seconda che funge da collante, da mamma per tutte le altre ragazze del gruppo. Suzanne magnifica con il suo romanzo e con prima il rifiuto e poi l'accettazione della dipartita di Vee (l'attrice è immesa), mentre per Black Cindy ho scoperto un amore che non avrei mai pensato di provare.

I grandi assenti: un'altra cosa che ha fortemente penalizzato questa stagione è stata l'assenza di personaggi cardine nelle due precedenti e che personalmente io adoravo; Nicky viene portata in massima sicurezza nelle prime puntate e fa perdere molto a tutto il resto della stagione. La sua storyline non è stata delle peggiori e in un altro contesto l'avrei apprezzata, però non mi è piaciuto come hanno preso il rapporto tra lei e l'elettricista e rigirato la frittata (di nuovo). È facilmente deducibile che la prerogativa di questa stagione sia stata quella di distruggere i rapporti tra le detenute e gli uomini senza apparente motivo, evidentemente qualcuno nella writers' room si era alzato con la luna storta quel giorno; un'altra mancanza che si è fatta sentire prepotentemente è stata quella di Pornstache, irriconoscibile in un'unica scena durata pochi minuti. È una persona terribile ma era scritto in maniera impeccabile ed era la nota comica dello show, come si fa a non adorarlo?; la mancanza di Larry non è spiegata (o forse sono io che non la ricordo), era un personaggio abbastanza scialbo ma preferivo quando c'era: almeno Piper non sarebbe stata completamente allo sbando.

Una stagione altalenante, quindi, che è riuscita a tenere fede a ciò che aveva messo sul piatto nella stagione precedente in alcuni punti ma che ha fallito in altri. È innegabile che non abbia portato nulla di nuovo a ciò che già c'era ed è deludente se si tiene conto del livello a cui la serie ci ha abituati. Spero che la quarta serie (se ci sarà) non segni il declino inesorabile dello show, come è successo in altri casi: se devono farla per dare il colpo di grazia e rovinare definitivamente i personaggi, preferisco che la chiudano qui e mi lascino col bel ricordo di una serie che ha rivoluzionato la tv americana degli ultimi anni (anche se non tutte le ciambelle escono col buco).

lunedì, giugno 15, 2015

Le Fate Ignoranti - Ferzan Ozpetek, 2001


Alla lista dei film di Ferzan Ozpetek di cui ho parlato non potevo di certo farmi mancare Le Fate Ignoranti, che non è il mio film preferito del regista turco (quello è Mine Vaganti, lo sanno tutti) ma è sicuramente quello che considero il più bello in assoluto ed emblematico per tutta la sua opera. Ferzan (ormai mi prendo la libertà di chiamarlo per nome) non si smentisce mai ed ecco che crea un'altra meravigliosa storia d'amore, nel senso più stretto e intimo del termine, e sulla famiglia, nel senso più libero del termine. 

Antonia (Margherita Buy) e Massimo sono sposati felicemente da dieci anni; un giorno lui viene investito da un'auto e muore. Lei rimane sconvolta nello scoprire che, dietro un quadro (chiamato proprio "La fata ignorante") appartenuto al marito, vi è una dedica di un amante. Perché Massimo era omosessuale (o bisessuale, non è specificato) e la sua storia con Michele (Stefano Accorsi) proseguiva da più di sette anni, anni in cui conduceva una vita completamente diversa da quella che sua moglie conosceva. Quello che Antonia scopre non è solo un amante ma un mondo intero di cui non sapeva nulla, a partire dai personaggi che popolano l'appartamento di Michele e che Massimo considerava la propria famiglia. 

Michele è amareggiato a dir poco, è arrabbiato con Antonia che per sette anni ha avuto ciò che a lui era concesso vivere solo nell'ombra. È allo stesso tempo incuriosito dalla donna, l'unica persona che può condividere il suo dolore e che porta su di sé ciò che resta di Massimo. L'ostilità di Michele comincia a vacillare e Antonia gli va incontro, mentre la rassegnazione si fa strada in lei e con essa il desiderio di conoscere davvero quel marito che le sembra distante anni luce da quando era in vita. Michele e Antonia si scontrano, incapaci di vedere Massimo in ciò che descrive l'altro, e poi si incontrano, sviluppando una dipendenza reciproca dove nell'altro cercano l'uomo che entrambi hanno amato.

Stefano, a noi piace ricordarti così: mentre ti bombi due
uomini insieme invece delle showgirl di Tangentopoli.
Vedo questo film allo stesso modo di una poesia dedicata alla perdita di una persona cara, malinconico e struggente, delicato come il bicchiere di vetro che cade a terra e si rompe in mille pezzi ("Si dice che quando ti si rompe un bicchiere la persona che ami se n'è andata via"). A legare i versi di questa poesia è la presenza di Ernesto (Gabriel Garko, probabilmente nell'unico bel ruolo della sua carriera), membro della "famiglia" con una storia d'amore abusiva e irrisolta alle spalle e gravemente malato, prossimo alla morte (tema ripreso poi in altra salsa in Saturno Contro). 
Un film magico, tipico di Ozpetek, dove ogni cosa sembra essere nel posto giusto al momento giusto ma pronta a crollare, dove l'amore viene proposto in tutte le sue sfumature e dove si fonde, si trasforma, perché è impossibile racchiuderlo in due personaggi, in una storia, in un'etichetta. 

Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 

lunedì, giugno 01, 2015

Mr. Robot è una bomba ed è pronto ad esplodere


Quando si tratta di storie, che siano esse film, telefilm, libri o fumetti, io ho due punti deboli: lo spionaggio e l'hacking. Datemi qualcosa che abbia a che fare con ciò e c'è il 99% di possibilità che lo adorerò. 


Mr. Robot è un telefilm, il primo che recensisco su questo blog, che parte su USA Network il 24 giugno ma il cui pilot è già stato diffuso online dal canale stesso e che cade nella seconda categoria, ovvero quella dell'hacking (anche se non escludo, anzi sono quasi certa che presto metteranno in pentola anche la parte spionistica). 

Protagonista è Elliot, interpretato dal bravissimo ma poco considerato Rami Malek, di giorno programmatore in un'azienda di sicurezza informatica e di notte una sorta di hacker vigilante, affetto da un disturbo dell'ansia e da depressione cronica. Si intuisce che Elliot stia lavorando a qualcosa, non si capisce esattamente cosa: da un lato viene avvicinato da una misteriosa multinazionale che lui crede responsabile di pressappoco ogni cosa che succede nel mondo, dall'altro viene reclutato dal leader di un gruppo di hacker anarchici che gli promette una rivoluzione. 
In generale una produzione ambiziosa per USA Network, che ci ha abituato a procedurali leggeri, carini per passare il tempo ma non esattamente brillanti. La prima impressione è quella di trovarsi piuttosto di fronte a un prodotto di casa Nexflix, anche se la strada da fare è ancora tanta.

Leggendo altri commenti ho riscontrato che non è stata solo una mia impressione che ci fosse un certo citazionismo non proprio implicito a David Fincher, soprattutto visivamente, cosa che non posso non apprezzare. Le atmosfere ricordano inevitabilmente quelle della trilogia Millennium di Stieg Larsson (adattata cinematograficamente in una trilogia svedese e in un film proprio di Fincher) e le analogie tra Lisbeth Salander ed Elliot, entrambi vigilanti solitari, non potrebbero essere più chiare; a qualcuno in giro per l'internet ha ricordato anche Fight Club e, pensandoci, qualche elemento del libro cult di Palahniuk portato poi al cinema da Fincher c'è. 

Elliot si presenta da subito come un soggetto particolare, fin dall'inizio dove dichiara di "non poter credere di star parlando da solo": il suo disturbo dell'ansia non è sottinteso come spesso capita in questo genere di storie ma è esplicitato dal personaggio stesso (in quanto voce narrante) e non è affatto ingombrante pur essendo un tratto delinenante, anzi è interessante e caratterizzato molto bene anche grazie al linguaggio corporeo di Malek. 
Il tutto ha un'accezione vagamente fumettistica, a partire dal nome dello show (che, lasciatemelo dire, è un po' brutto) al nome della società contro la quale Elliot combatte, la Evil Corp (un gruppo di cattivoni chiamati Evil, davvero? Non siete proprio riusciti a pensare a niente di meglio?).  

Se siete fan del genere Mr. Robot è, in due parole, una figata pazzesca. È partito alla grande e può continuare su questa strada, sviluppando una trama orizzontale epica, oppure possono riempire quest'ora settimanale di storyline pompose e confusionarie e farlo scadere nella cagata colossale: ce lo dirà solo il tempo. Intanto il pilot mi ha entusiasmata come pochi ultimamente, speriamo che non lo cancellino subito... d'altronde nessun telefilm dura se Christian Slater è nel cast.

Edit: sono stata informata che il regista di Mr. Robot è Niels Arden Oplev, lo stesso del primo capitolo svedese della trilogia Millenium. Direi che spiega molte cose. 

Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti...
  • la trilogia Millennium di Stieg Larsson, trasposta in tre film svedesi con Noomi Rapace nel 2009 e in un remake americano dal titolo The Girl With The Dragon Tattoo (David Fincher, 2011) con Daniel Craig e Rooney Mara;
  • Fight Club (1999) e The Social Network (2010) di David Fincher;
  • The Fifth Estate (2013, Bill Condon), film sulla vita di Julian Assange;
  • Person Of Interest (2011), telefilm distopico e spionistico;
  • Halt And Catch Fire (2014), telefilm che tratta temi d'informatica;
  • Arrow (2012) e Gotham (2014), telefilm dell'universo DC Comics. 

martedì, maggio 12, 2015

Il Nome Del Figlio - Francesca Archibugi, 2015


Trama: Paolo Pontecorvo (Gassmann) e Simona (Ramazzotti) sono in attesa del loro primo figlio. Durante una cena a casa di Betta (Golino) e Sandro (Lo Cascio), rispettivamente sorella e cognato di Paolo, dov'è presente anche Claudio (Papaleo), amico sin dall'infanzia, a causa di uno scherzo di Paolo verranno a galla vecchi rancori e questioni irrisolte.
Cast: Alessandro Gassmann, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti.

Uno dei commenti più frequenti che mi capita di leggere su internet riguardo ai film italiani belli è "questa è una delle poche eccezioni, il nostro cinema è morto". Certo, non c'è più lo splendore di una volta, non ci sono più Fellini, De Sica, Visconti; non ci sono più Risi e tutti i maestri della commedia all'italiana, tutt'oggi inarrivabili; non ci sono più gli attori magnifici e poliedrici che non hanno fatto solo la nostra, di storia, ma quella del cinema in generale.
Io sono dell'opinione che il nostro cinema non sia mai morto. Ammosciato, forse, ma sicuramente non morto: film di grande introspezione e commedie che si prendono gioco di ogni cosa esistono ancora per chi le sa cercare e apprezzare.

Tutto ciò per introdurvi al film di cui tratterò stavolta, Il Nome Del Figlio, che è classificato come commedia ma che chiamare tale sarebbe riduttivo; lungi, tuttavia, dall'essere un film drammatico, si trova da qualche parte nel mezzo.
Il soggetto è tratto da una pièce teatrale, precedentemente adattata cinematograficamente in Francia con il nome di Le Prènom (in italiano Cena Tra Amici), film che io ho amato dall'inizio alla fine e a cui associo dei bei ricordi, oltre ad essere una delle commedie più divertenti che io abbia visto. Potete quindi immaginare che le mie aspettative per questo remake italiano erano alle stelle, soprattutto dopo essere venuta a conoscenza del cast che, a parer mio, riunisce cinque dei più bravi attori che abbiamo e che io personalmente adoro.

Vi dirò che non è stato esattamente ciò che credevo: nonostante le tantissime somiglianze con la versione francese (la trama non cambia di una virgola e alcune battute sono prese pari passo), i due film nell'essenza sono infinitamente diversi, essendo ovviamente specchio di due società diverse. Le Prènom è una commedia a tutti gli effetti, tipicamente francese, dove una serie di equivoci innescano delle situazioni a dir poco esilaranti. Il Nome Del Figlio, invece, dà vita alla una versione molto più elegante della stessa storia, creando un film uguale ma completamente nuovo: si dà più spazio ai rapporti tra i personaggi, parte della stessa società che criticano, ed è tutto velato da una nostalgia che ricorre dalla prima scena all'ultima, grazie ai flashback che ci mostrano i protagonisti in età adolescenziale e ci aiutano a comprendere perché si comportano in quella maniera (quasi un parallelismo dell'elicottero telecomandato che è in giro per tutta la durata del film e ci offre delle inquadrature alternative, guidato dai bambini) . I personaggi si muovono in uno degli appartamenti più belli che io abbia visto in un film, pieno di citazioni a partire dalle decine di libri sparsi dappertutto ai poster di Frida Kahlo, Star Wars e Marie Antoinette di Sofia Coppola appesi ai muri. Qui tutte le tensioni irrisolte e accumulatesi nel corso degli anni cominciano a sciogliersi con non pochi drammi e con qualche risata occasionale, per convergere in un lieto fine che se non ci fosse stato non avrebbe reso possibile la categorizzazione di questo film come commedia.

Avendo visto e amato la versione francese non posso dire che il cast sia perfettamente azzeccato, ma funziona. Il personaggio di Valeria Golino è più una casalinga nevrotica che un'insegnante, lei si ritrova succube della bravura degli altri attori e quando sembra stia ingranando, il film è quasi alla fine. Alessandro Gassmann si riconferma bravissimo e uno dei miei attori preferiti in assoluto (oserei dire un Mostro, proprio come suo padre), il film è praticamente suo e il suo personaggio è quello che mi è piaciuto di più, miglior amico e miglior nemico del personaggio di Luigi Lo Cascio, un altro attore italiano che apprezzo tantissimo e che qui porta in scena lo stereotipo (ma neanche tanto) dell'intellettuale di sinistra che predica bene e razzola male. Tra l'altro, i due hanno una chimica incredibile e le loro interazioni sono deliziose (vi invito ad osservarli anche quando la scena non è incentrata su di loro e interagiscono sullo sfondo). Bravo come al solito anche Rocco Papaleo, ma la vera perla di questo film è Micaela Ramazzotti, svampita e un po' burina, che rappresenta il punto di vista "esterno": non è acculturata, non è ricca di famiglia ed è decisamente il personaggio più genuino tra tutti.


Un po' merito dell'appartamento, un po' merito della sceneggiatura decisamente sopra le righe, un po' merito della bravura degli attori, per tutta la sua durata non sembra di star guardando un film ma un vero e proprio spettacolo teatrale - cosa che può piacere o meno ma che io ho adorato, così come ho adorato il film. Non bisogna essere a tutti i costi originali, osare nelle provocazioni o avere un budget stellare. A volte basta davvero poco: delle belle ambientazioni, un buon testo da cui partire, una regia pulita e incalzante e un cast che sa il fatto suo.
Vi lascio qui una delle scene più belle del film:



Nota: a tutte le persone che hanno detto "sì ma è una copia!!!1 Noi italiani siamo buoni solo a copiare!1!!1": siete scemi. Non so come altro metterla, davvero.

Se ti è piaciuto potrebbero anche piacerti... 

  • chiaramente Cena Tra Amici (Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, 2012), di cui questo film è remake; 
  • I Nostri Ragazzi (Ivano De Matteo, 2014) per la serie "borghesi italiani con problemi" e l'accoppiata Gassmann-Lo Cascio; 
  • Il Capitale Umano (Paolo Virzì, 2014) sempre per la stessa serie; 
  • 18 Anni Dopo (Edoardo Leo, 2010), a metà tra drammatico e commedia.